Dalla romantica Polonia di Grotowski quante lezioni di umanità guerriera
venerdì 20 gennaio 2017
La fiorentina Casa Usher, che pubblica quasi soltanto cose di teatro, dà alle stampe tutta l'opera scritta di Jerzy Grotowski, un gigante del Novecento polacco, maestro del teatro detto di ricerca, fenomeno internazionale oggi boccheggiante ma che ha avuto negli anni dai Sessanta ai Novanta una vitalità sorprendente, eccezionale, e tra i suoi maestri personaggi formidabili, da Julian Bewck a Carmelo Bene, per l'intuizione delle necessità palesi e nascoste del tempo, interpreti del suo disagio e della sua speranza. Potremmo anche dire: per la pratica dell'utopia. In uno dei quattro splendidi volumi curati da Carla Pollastrelli, che a Grotowski fu vicina come segretaria e protettrice nel tempo lungo della sua malattia, quando Grotowski – che dal 1982 della dittatura era fuggito negli Usa – aveva finalmente trovato casa e amici nella piccola cittadina toscana di Pontedera. Ella poté essergli vicina perché di teatro ne capiva e capisce, e ugualmente di storia e cultura della Polonia. Ancora oggi, e forse oggi più di ieri, stupisce la vitalità artistica di un Paese oppresso periodicamente da due vicini rissosi e violenti come Germania e Russia – e la differenza per così dire caratteriale dalla vicina Repubblica Ceca e dall'ex Cecoslovacchia. Se la prima è la patria di indomiti romantici, sempre in conflitto con la Storia, la seconda l'ha accettata o combattuta in modi più ironici («Il buon soldato Schwejk», Hrabal) o distaccati (lo stesso Kafka), anche al tempo del dominio comunista. Mi ha sempre incuriosito questa differenza, ed è certamente appassionante riflettere sulla specificità della cultura polacca, che ha dato all'Europa una travolgente messe di grandi romanzi, poesie, film, commedie, saggi. In un'epoca moralmente incerta o abulica come la nostra, confrontarsi con quella cultura e quella storia aiuta a capire qualcosa di più della nostra marginalità europea, del nostro quotidiano cinismo. Nel terzo volume delle opere di Grotowski (Oltre il teatro. Testi 1954-1998) trovo un testo del 1980 su cui sono caduto in ragione del titolo, che è «Praticare il romanticismo». «Che cos'è l'attitudine romantica?», si chiede Grotowski pensando alla sua Polonia. Risponde: «È la risposta individuale alla vita e alla storia». E ricordando Mickiewicz aggiunge: «Si tratta del desiderio di essere un uomo totale, un uomo inteso nella sua interezza, tale da essere allo stesso tempo come un guerriero partecipe della storia e partecipe della vita della propria essenza», un uomo «che si dà interamente a quello che fa». È di questi uomini, diceva, che si continuerà sempre ad avere bisogno.
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