giovedì 2 luglio 2020
Mi accompagna in questi giorni la bellissima parola "custodire": parola che ho da poco riascoltato nella lettura di Genesi («Dio pose l'uomo nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse») e che si è messa in moto nella mia mente trovando velocemente assonanza con altre parole tante volte ascoltate («Sono forse io il custode di mio fratello?»/ «Il Signore ti custodisca e faccia risplendere su di te il suo volto»/«Maria custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore»). C'è poi, per me come per molti di noi, la quotidiana invocazione che rivolgiamo all'Angelo, chiedendo la sua protezione: in essa lo chiamiamo nostro custode, senza mai domandarci il senso di questo appellativo e le sue implicazioni. Ma cosa significa custodire? Il dizionario riporta diverse sfumature di significato: sorvegliare qualcosa con attenzione in modo che non subisca danni; avere cura, accudire; preservare dai pericoli, proteggere, conservare. Nel linguaggio comune si parla anche di custodire un segreto, nel senso di tenerlo per sé come è dovuto ad una confidenza consegnata con fiducia. Tutte queste sfumature sono unite da un unico filo conduttore: custodire qualcosa o qualcuno significa in primo luogo avere la consapevolezza che quel qualcosa è importante, che ha un valore, e che merita perciò tutta la nostra cura, attenzione e protezione. L'atteggiamento del custodire è rivolto sempre a ciò che è prezioso e che dunque è degno del tempo e della fatica che gli dedichiamo per proteggerlo. Il custode veglia, vigila, perché sa che le cose preziose sono esposte al pericolo e non sottovaluta i rischi; custodire implica assumersi una responsabilità: quanto più ciò che si custodisce ha valore, tanto più sarà necessaria una cura attenta, anche a costo di qualche sacrificio personale. Ma essere custodi di qualcosa e soprattutto di qualcuno implica anche riconoscere una distanza di rispetto tra sé e l'oggetto. Quel qualcosa o quel qualcuno hanno un valore in sé stessi: un valore che non dipende da noi e che ci trascende; non ne abbiamo mai, in nessun caso, la piena proprietà. L'atteggiamento del custodire implica in questo senso riconoscere che niente ci appartiene fino in fondo, ma che tutto è affidato piuttosto alle nostre cure dalla generosità della vita. Pensando a questa parola un po' inusuale, mi sono chiesta quali sono le cose e le persone che siamo oggi disposti davvero a custodire: a cosa riconosciamo valore? Per cosa siamo disposti a regalare il tempo, l'attenzione e la cura che le cose preziose richiedono? Io credo che il verbo custodire dovrebbe ritrovare il suo spazio in primo luogo all'interno del lessico familiare, per ricordarci che la famiglia è il luogo delle nostre relazioni più preziose e che dunque il primo compito in una famiglia è quello di custodirci l'uno con l'altro. Voglio sottolineare che custodire è un verbo attivo, di decisione personale; non è essenziale che l'altro ricambi le mie cure: è sufficiente che sia io a riconoscere il suo valore per me. Se qualcosa ha davvero valore, la sua custodia è un compito che va al di là dell'oscillazione delle emozioni e degli umori, perché custodire è il contrario di dissipare: ciò a cui riconosco valore merita di venire preservato ma anche riparato, e non verrà gettato via alle prime difficoltà; l'atto stesso di custodire, il tempo e l'attenzione dedicati, contribuiranno ad aumentare il suo valore rendendolo ancora più prezioso e degno di cura. Dobbiamo dunque custodire in primo luogo il nostro matrimonio, i figli, i genitori, i fratelli: tutte le relazioni che formano il tessuto vivente della nostra vita. Ma questo non basta: coltivare e sviluppare in noi l'attitudine a custodire ci insegna la necessità di estenderla al di là della stretta cerchia dei nostri cari, rendendoci capaci di rispondere a quel primo mandato: custodire e coltivare il giardino di Eden. Ci aiuterà certamente in questo la consapevolezza di essere a nostra volta personalmente custoditi come oggetti di grande valore proprio dall'Angelo che salutiamo ogni mattina.
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