Cosa vuol dire rispetto per un Papa emerito
sabato 18 gennaio 2020
La settimana appena trascorsa è stata scandita dall'ennesimo, sgangherato attacco a papa Francesco, portato dai "soliti noti" che, prendendo a pretesto l'uscita di un libro sul celibato sacerdotale che sarebbe stato firmato "a quattro mani" da Benedetto XVI e dal cardinale Robert Sarah, hanno sparato ad alzo zero su Francesco. Il libro in questione, dicono, ponendo Ratzinger in contrapposizione a Bergoglio, vuole «stoppare le richieste del Sinodo sull'Amazzonia per un'apertura ai preti sposati» eccetera eccetera. Salvo che poi è venuto fuori che Benedetto non sapeva nulla del fatto che il libro sarebbe uscito anche con la sua firma apposta anche a testi che lui non aveva scritto, e l'ha fatta ritirare confermando solo quella a un suo testo. Per cui come autore dovrà figurare il solo Sarah «con un contributo di Benedetto XVI».
Fin qui, in estrema sintesi, la storia. Quali siano i termini della questione è già stato esaustivamente spiegato su queste pagine. Ma vale la pena di fare due annotazioni ulteriori, una sul metodo e l'altra sul merito. Quanto al metodo, senza accusare il cardinale Sarah, come qualcuno ha fatto, di aver scientemente voluto tirare per la giacca il Papa emerito per corroborare la propria chiusura totale a ogni ipotesi di eccezione al celibato, ma anzi credendo alla sua versione che si è trattato di un semplice malinteso, una cosa va comunque osservata. E cioè che rispetto, senso della misura e – perché no? – anche educazione dovrebbero frenare chiunque, anche un cardinale, dal presentarsi da un Papa, sia pure emerito, e proporgli: «Che ne dice Santità, scriviamo un libro e lo firmiamo insieme?». No, non è elegante. Certo sarebbe diverso se la proposta partisse dal Papa, ma chiaramente non è questo il caso, sennò a chi Benedetto avrebbe dovuto chiedere di togliere la firma, a se stesso?
C'è poi la questione di merito. E qui, molto, c'entra il malcostume che quasi nessuno legge i testi papali, o vengono letti a spanne, una pagina sì e dieci no. Non si leggono i discorsi – vedi quello di Ratisbona, di cui nove volte su dieci si sentono ancora le interpretazioni più strampalate –, figuriamoci i testi più lunghi. Nel nostro caso tutto ciò è risultato evidente perché nessuno dei suddetti soliti noti si è accorto, o ha finto di non accorgersi, che non una sola delle cose scritte da Ratzinger a difesa del celibato fosse inedita, e che sull'oggetto del contendere esprimesse la precisa identica posizione di Francesco, un "no" deciso alla fine del celibato. Ma non solo: nella stessa concitazione dell'alzare quanta più polvere possibile si sono dimenticati di ricordare quanto scritto da Benedetto XVI nella Costituzione apostolica «Anglicanorum coetibus» (per l'accoglimento nella Chiesa cattolica dei gruppi di anglicani che si vogliono convertire), in cui tra l'altro è esplicitamente previsto che «l'Ordinario (...) potrà rivolgere petizione al Romano Pontefice, in deroga al can. 277, § 1, di ammettere caso per caso all'Ordine Sacro del presbiterato anche uomini coniugati, secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede». Non una norma transitoria, ma permanente. Radicalmente diverso da quanto Sarah afferma in modo perentorio nel suo libro quando, a proposito delle eccezioni esistenti al celibato, scrive che «si tratta effettivamente di eccezioni nel senso che questi casi procedono da una situazione particolare che non deve essere portata a ripetersi. È il caso dell'ingresso nella piena comunione di pastori protestanti sposati destinati a ricevere l'ordinazione sacerdotale. Un'eccezione è transitoria per definizione e costituisce una parentesi nello stato normale e naturale delle cose». Come abbiamo appena visto le cose non stanno così, secondo quanto stabilito da Benedetto XVI nel 2009. Malafede? Sicuramente no, ma sarebbe davvero strano che persino eminenti personalità dimostrino di leggere i documenti dei Papi a spanne, quando va bene.
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