Le tre idolatrie
Con questo articolo comincia un percorso in quattro tappe. Una nuova quadrilogia nata da poche righe di sapienza su che cosa sia l'uomo e su che cosa accada quando lo si dimentica. Iniziamo il viaggio con l’analisi di tre idolatrie che impediscono all’Umano di essere autenticamente Umano.

«Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni!»
È notte fonda. Pinocchio ha lasciato l'osteria del Gambero Rosso e cammina da solo verso il Campo dei miracoli. In tasca ha quattro zecchini d'oro. In testa risuona una promessa fallace ed ingannevole: seminarli, annaffiarli, tornare il giorno dopo e trovare un albero carico di monete. A parlargli, dal tronco di un albero, è una lucina pallida. È l'ombra del Grillo-parlante. Lo stesso Grillo che, qualche capitolo prima, il burattino aveva ucciso con un martello di legno perché gli diceva cose che non voleva sentire.
Pinocchio non si ferma. Va avanti. Va avanti verso gli assassini.
Da bambino lessi quella pagina come una favola sulla disobbedienza. Da adulto l'ho riletta come un trattato sull'ascolto. Perché Collodi ha scritto – forse senza saperlo fino in fondo – uno dei libri più precisi e veritieri sulla condizione umana. Ovvero, la storia di una creatura che si perde ogni volta per la stessa ragione. Non per malvagità. Ma per l’ascolto. Per il mancato ascolto della verità. E, soprattutto, per l’ascolto di ciò che non è verità.
Pinocchio, come è noto, ascolta il Gatto e la Volpe. Ascolta Lucignolo. Ascolta l'Omino di burro, che parla con voce dolce e lo porta nel Paese dei Balocchi. E ogni volta che ascolta la voce sbagliata, qualcosa in lui si guasta. Sempre di più. Fino al giorno in cui, svegliandosi, si tocca la testa e trova due orecchie lunghe. Orecchie d'asino.
Il dettaglio è feroce e geniale al tempo stesso. Chi ascolta male non diventa cattivo. Diventa altro. Smette di essere ciò che era chiamato a essere. Perde la forma umana. Perde la propria natura.
Le grandi crisi del nostro tempo – politiche, economiche, culturali, tecnologiche – hanno questa radice comune, prima e più in profondità di ogni causa strutturale. Sono crisi dell'ascolto. Non sappiamo più chi ascoltare. Oppure lo sappiamo benissimo e abbiamo scelto di non ascoltare o di ascoltare le voci sbagliate. E le voci sbagliate, a guardarle bene, riconducono sempre a tre forme di idolatria. Tre modi diversi di voltare le spalle alla verità.
La prima è l'idolatria di sé.
Se dovessimo indicare l'imperativo più ripetuto della nostra epoca, non avremmo dubbi: segui il tuo cuore. Lo troviamo nei discorsi di commiato delle università, nella pubblicità, nei romanzi di formazione, nei manuali di crescita personale, nelle omelie stanche. È diventato senso comune. Nessuno lo discute più. È la lingua del marketing applicata alla persona. A ogni persona è chiesto di essere un brand, di curare la propria reputazione come un capitale, di investire su di sé costi quel che costi, di non scendere a compromessi con la propria visione. Sono formule che sembrano innocue, persino virtuose. Ma tutte presuppongono la stessa cosa: che l'io sia l'origine e la fine. Che non ci sia nessuno, sopra o prima di noi, a cui rispondere. L'antica domanda – «che cosa vuoi da me?» – rivolta a Dio, si è rovesciata in una domanda rivolta allo specchio: «che cosa voglio io?». E lo specchio, lo sappiamo dai tempi di Narciso, non risponde. Riflette. Charles Taylor, più di trent'anni fa, ne aveva descritto la genealogia nobile, l'ideale dell'autenticità, e insieme le forme degradate: un io che si fa misura di tutto e che considera ogni vincolo come una ferita alla propria verità. Christopher Lasch, ancora prima, aveva parlato di una cultura del narcisismo. Ma nessuno dei due poteva immaginare la potenza industriale che quell'imperativo avrebbe acquistato.
Il desiderio individuale, infatti, oggi non è più soltanto un criterio morale. È materia prima. Si estrae, si misura, si profila, si rivende. Ogni piattaforma ci restituisce noi stessi, amplificati: ciò che già pensiamo, ciò che già vogliamo, ciò che già temiamo. Così il cuore diventa oracolo. E l'oracolo dice sempre ciò che vogliamo sentirci dire. Ne nasce anche una politica. Una politica in cui il desiderio diventa diritto, il diritto diventa pretesa e la pretesa diventa legge. Una politica che non chiede più che cosa sia giusto, ma che cosa sia desiderato e voluto. Il passaggio è impercettibile, ma decisivo: dalla verità che giudica il cuore al cuore che giudica la verità.
La seconda è l'idolatria dell'uomo.
Sembra l'opposto della prima. In realtà ne è la sorella gemella. L'io che si crede sorgente, prima o poi, scopre di essere vuoto. E allora cerca un altro io a cui consegnarsi. Un capo. Un maestro. Una folla. Un profilo da seguire. Non è un caso che l'epoca dell'individualismo più esasperato sia anche l'epoca dei follower: milioni di persone che orientano consumi, gusti, opinioni, perfino scelte morali sulla parola di qualcuno che non conoscono, ma di cui credono di conoscere tutto. Non è un caso che la crisi della democrazia rappresentativa coincida con il ritorno del culto del leader, dell'uomo solo che parla direttamente al popolo e chiede di essere creduto, non verificato. Non è un caso che l'economia digitale misuri il valore di una voce in base a quante altre voci la ripetono. La Parola (di Dio) cede definitivamente il passo alle parole (degli uomini).
Successe già nel Paradiso terrestre. Il serpente non obbligò nessuno. Parlò. Disse: «Non morirete affatto!» (Gen 3,4). E aggiunse una falsa promessa: «si apriranno i vostri occhi e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male»(Gen 3,5). Eva ascoltò. Vide che l'albero era buono, gradito agli occhi, desiderabile. Ne prese, ne mangiò, ne diede ad Adamo. E Adamo mangiò a sua volta. Non una parola di discussione. Non un'obiezione. Quando Dio lo raggiunse nel giardino, gli disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie» (Gen 3,17). Hai ascoltato: anche il peccato delle origini è, prima di tutto, un ascolto spostato.
Non stupisce, allora, che la prima parola che Dio rivolge al popolo d'Israele sia, appunto: «Ascolta, Israele»(Dt 6,4). Non «guarda», non «pensa», non «senti dentro di te». Ascolta. E non stupisce neppure che Paolo, scrivendo ai Romani, ponga l'origine stessa della fede nello stesso luogo: «la fede viene dall'ascolto e l'ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17). Tutta la storia della salvezza può essere letta come la lunga pedagogia di un Dio che rieduca l'uomo all’ascolto autentico, che lo distoglie dalle voci che lo seducono e lo riconduce alla voce che lo ha chiamato all'esistenza.
Ma l'idolatria dell'uomo ha anche una forma collettiva, ed è forse la più pericolosa. È la voce della maggioranza assunta come voce della verità. È il consenso che si fa criterio del bene. Tutta la politica, quando smarrisce ogni riferimento a una verità che la precede, diventa frutto di idolatria: idolatria del popolo, del partito, della nazione, della classe, del mercato, dell’ideologia. Il Novecento ne ha conosciuto le versioni più sanguinose. Il nostro secolo ne sperimenta quelle più morbide: non più il culto imposto con la forza, ma il conformismo ottenuto per seduzione. Non si obbedisce più al tiranno. Si obbedisce alla tendenza.
La terza idolatria, infine, è forse la più sottile. E la più grave e insidiosa, anche. È l'idolatria di chi ha ricevuto la Parola per donarla e, invece, dona la propria.
Il profeta Geremia la conosceva bene, questa idolatria. Metteva in guardia il popolo dai profeti che parlavano secondo il proprio cuore e non secondo la bocca del Signore. Profeti che consolavano senza convertire, che promettevano pace dove non c'era pace, che riempivano le orecchie di visioni gradite. Il loro inganno non stava nel parlare di Dio. Stava nel parlarne a nome proprio, con la firma di Dio.
È successo ieri. Succede oggi. Succederà domani. Purtroppo. Ogni epoca ha i suoi falsi mediatori. Ne ha avuti di religiosi e di laici, di sacri e di profani. Oggi li troviamo ovunque: nella cattedra, nel pulpito, nella redazione, nel laboratorio, nell'aula di giustizia, negli scranni delle istituzioni, sui palcoscenici. Lo scienziato che piega il dato all'ideologia. Il giurista che fa dire alla legge ciò che la legge non dice. Il giornalista che sostituisce il fatto con la sua interpretazione del fatto. E sì, anche chi scrive rubriche come questa. Nessuno è esente. Nessuno è al riparo.
Ma il luogo dove questa idolatria ferisce di più è quello dove la Parola è più alta. Quando il Vangelo viene adattato, addolcito, reso spendibile, depotenziato, tradotto nella lingua dei valori condivisi fino a non dire più nulla che il mondo non dica già, allora la contraffazione è compiuta. La moneta circola. Ha il conio giusto. Ma è falsa.
Questa idolatria è la più difficile da riconoscere. Perché chi ascolta il proprio cuore, almeno in fondo, sa di farlo. Chi segue un uomo, almeno in fondo, sa di seguire un uomo. Ma chi ascolta un falso mediatore crede di ascoltare Dio. Obbedisce e crede di obbedire al Signore. Si sottomette e crede di sottomettersi alla verità. È un'idolatria che indossa l'abito della fede. Per questo è la più insidiosa. Per questo, nella Scrittura, la parola più dura non è riservata ai pagani, ma ai profeti infedeli e ai pastori che pascono sé stessi. Troppe volte la Parola di Dio è usata e strumentalizzata per giustificare ideologie e opinioni personali.
Fin qui l'analisi. O, meglio, un tentativo insufficiente di analisi. Ora il cuore della questione.
Se l'uomo vive ascoltando il suo cuore e non il cuore di Dio, del vero Dio, è un idolatra di sé stesso. Se invece ascolta la parola di un suo fratello e non quella del suo Dio, è idolatra dell'uomo. Eva divenne idolatra nel momento in cui ascoltò la parola del Tentatore. Adamo divenne idolatra nel momento in cui ascoltò la parola di Eva. Chi riceve la Parola di Dio diviene idolatra nel momento in cui è costituito donatore della Parola e, anziché trasmetterla in purezza di verità e di dottrina, trasmette invece la sua parola, presentandola come vera Parola di Dio, vera Volontà di Dio, vero Pensiero di Dio, vero Desiderio di Dio. Ognuno di noi diventa idolatra quando ascolta o proclama una parola che non è vera.
A questo proposito può aiutarci ciò che San Paolo dice ai Corinzi: «Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele» (1Cor 4,1-2). Non brillante. Non originale. Non aggiornato. Fedele. Fedeli nell’ascolto. Fedeli nel proclamare. A questo siamo chiamati. Non siamo chiamati a migliorare la Parola, a renderla più accettabile, più moderna, più gradita. Siamo chiamati a consegnarla intatta. Con la nostra vita e le nostre opere prima che con le nostre parole. Ogni volta che aggiungiamo del nostro o togliamo ciò che ci imbarazza, diventiamo idolatri. E gli idolatri non salvano.
È questa, forse, la più grande malattia di cui soffre oggi l’Umanità: usare ogni cosa secondo il proprio cuore e non secondo la volontà di Dio. I beni, le relazioni, il tempo, il lavoro, il denaro, la scienza, il potere. Tutto viene preso, usato, consumato a partire da noi. Mai a partire da Lui. Siamo idolatri, appunto. Spesso e purtroppo anche cristiani idolatri che rischiano di usare il nome di Dio senza ascoltarlo, che trasformano la fede in sensibilità, la dottrina in opinione, la morale in preferenza, l'annuncio in conversazione. Un cristianesimo che, quando parla dell'uomo, ne parla con il linguaggio del mondo e quando parla di Dio, ne parla con il linguaggio dell'uomo. In fondo, è in questo baratro che rischia ogni giorno di precipitare la cristianità dell'era moderna e contemporanea, fino ai nostri giorni.
Dove conduce un'umanità che ha smesso di ascoltare la sorgente?
La sorgente. Tutto si decide lì. Un fiume che smette di ricevere acqua dalla sorgente non si ferma subito. Continua a scorrere per un po', per inerzia. Ha ancora la forma del fiume. Ma ogni chilometro è più povero del precedente. Fino a diventare palude. Acqua ferma. Acqua che non va più da nessuna parte.
Eppure c'è un dettaglio, nel racconto di Collodi, che conviene non dimenticare. Pinocchio non resta asino. Il burattino diventa bambino. Ma non accade per magia e non accade per un improvviso slancio del cuore. Accade dopo che, nel ventre del Pesce-cane, ha ritrovato suo padre. Dopo che se lo è caricato sulle spalle e lo ha portato fuori dal buio, a nuoto, fino alla riva. Dopo che ha cominciato a vivere per lui e non più per sé.
Torna umano quando torna figlio. Torna figlio quando torna ad ascoltare il padre.
C'è qui, in una favola dell'Ottocento, l'intera antropologia che il nostro tempo ha smarrito. L'uomo non diventa uomo seguendo il proprio cuore. Non diventa uomo seguendo il cuore di un altro uomo. Non diventa uomo seguendo la parola di chi pretende di parlare in nome di Dio senza esserne il fedele portavoce. Diventa uomo ascoltando la voce del Padre. Ogni altra voce, se non conduce lì, conduce al Paese dei Balocchi. E il Paese dei Balocchi ha sempre la stessa uscita: le orecchie lunghe, le orecchie d’asino.
Ogni buon Armonauta lo sa.
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