
«Iuvenes eorum comedit ignis» (Sal 78,63). Il fuoco divorò i loro giovani. È il grido antico del salmista.
Da allora sono trascorsi millenni. Eppure quelle parole sembrano scritte apposta per la cronaca di questi giorni. Milano, 17 ottobre 2026. Fumogeni, sanpietrini, vetrine in frantumi, tavolini strappati ai dehors e scagliati contro gli scudi. Centinaia di giovanissimi, molti minorenni, convocati su TikTok da una sigla che nessuno conosceva. Senza bandiere di partito, senza leader, con il tricolore accanto ai vessilli dei Paesi da cui erano partiti i loro genitori. Lo stesso sabato, in Francia, oltre mezzo milione di persone in piazza: una protesta nata nei licei di Créteil e dilagata ovunque, scontri e incendi, più di duemila fermi in un solo fine settimana. Finché Parigi, la città che si volle dei Lumi, ha dovuto spegnere per decreto le proprie strade e riesumare una parola di guerra: coprifuoco. Dalle otto di sera alle sei del mattino, in interi quartieri di Parigi, di Lione, di Lille, di Nizza. Pochi giorni prima, a Lisbona e Porto, si sfilava dietro uno striscione che ha il sapore antico di un epitaffio: «Non si può più vivere così». E ancora le piazze spagnole per la casa, gli studenti serbi dopo il crollo della pensilina di Novi Sad, i ragazzi di Kathmandu capaci di far cadere un governo. Più di cinquanta Paesi. Un'unica febbre. Un'unica rabbia che divampa. E brucia, brucia tutto.
Il fuoco, appunto. Ancora una volta. Fuoco che divora i giovani. E non solo i giovani. E che anche gli stessi giovani, troppo spesso, alimentano.
Un altro Salmo, il centoventisettesimo, ci ricorda, però, che «come frecce in mano a un guerriero sono i figli avuti in giovinezza» (Sal 127,4). Molti secoli dopo, Khalil Gibran avrebbe scritto ai genitori: «voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce vive, sono lanciati in avanti». Le generazioni sono archi e frecce: sono archi i padri, sono frecce i figli. La freccia, però, non sceglie la propria traiettoria. La riceve. Dalla tensione della corda, dalla forma del legno, dall'occhio dell'arciere che vede il bersaglio. Per questo, se la freccia devia, prima di interrogare la freccia occorre interrogare la mano che l'ha scoccata. Se il fuoco divora i figli, sono i padri a doversi interrogare per primi sui loro errori. Per primi. Ma non da soli. Gibran definisce i giovani «frecce vive». E chi è vivo sceglie. Chi scaglia una pietra resta responsabile di quella pietra. Nessuna ferita subita giustifica la ferita inflitta. Non si costruisce un mondo migliore devastando quello che c'è. Si costruisce un mondo migliore nella verità. Nella verità della propria natura, senza la quale non può esserci verità della storia. E nel sacrificio di sé (non di chi o di ciò che è altro da noi), necessario a custodire ed edificare la verità. Perché – ed è questo, a mio avviso, il cuore della questione – fuori dalla verità di natura non si possono conseguire fini di bene. Non lo possono i padri che hanno spento la luce. Non lo possono i figli che devastano per riaccenderla.
Lo ha ricordato, pochi giorni dopo le violenze di Milano, anche Papa Leone XIV. Rivolgendosi a chi educa nelle scuole e nelle università, ha descritto giovani «come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all'altezza, di essere malintesi», stretti in «una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato». E ha indicato la via: «Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall'esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso». Perché «sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati». Non di un amore qualunque, ma di un amore che è verità.
Il Presidente Mattarella, a sua volta, ha chiesto, all'indomani degli scontri, «un'analisi intelligente e approfondita» di violenze che sembrano esplodere «in modo inatteso da soggetti inediti». Una condizione che «pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili». Senza mai dimenticare, ha ricordato, che «ogni violenza è inaccettabile».
Qual è, allora, il punto di vista delle diverse scienze sulla traiettoria di queste «frecce vive» scagliate, a volte disordinatamente, verso il futuro?
L'economia ne calcola la spinta. Federico Fubini sul Corriere ed Enrico Giovannini su Avvenire hanno, molto opportunamente, ricostruito il quadro di crescenti diseguaglianze nel quale questo movimento si sviluppa. Tutto vero. Forse potremmo aggiungere anche che la povertà, da sola, non basta a generare e a “giustificare” la rabbia. Generazioni più povere di questa, in passato, sono partite con la valigia di cartone, finanche cantando, mosse dal desiderio positivo di affrancarsi dalla loro condizione di disagio e di costruire un mondo migliore e un futuro più bello. La diseguaglianza diventa rabbia, invece, solo quando la promessa si rompe. Anzi, quando non c’è più nemmeno una promessa. Vale la pena tenerlo a mente.
La sociologia, a sua volta, ne disegna il profilo. Ragazzi dell'hinterland, figli di chi è già emigrato una volta, che non hanno un altrove verso cui fuggire perché sono già l'altrove dei loro padri. Mentre i coetanei della borghesia partono a migliaia con la laurea in valigia, a loro l'uscita è murata.
La politica, infine, ne registra il vuoto in cui si muovono. Hirschman distingueva tre risposte al declino di una comunità: andarsene, protestare, restare fedeli. A chi non può partire e non è mai stato davvero accolto resta soltanto la voce. Ma una voce senza istituzioni che la ascoltino, senza corpi intermedi che la traducano, o si spegne o diventa grido. E il grido che non trova orecchio diventa urlo che pietrifica e trafigge. E la politica, a destra come a sinistra, sembra non avere risposte. Sloterdijk direbbe che sono fallite le «banche dell'ira»: i partiti e i movimenti che un tempo raccoglievano la collera dei singoli e la investivano in un progetto. Oggi, invece, la rabbia non ha argini. E non manca chi teme che, dietro sigle senza volto e convocazioni anonime, si stenda l’ombra lunga di guerre ibride e di regie interessate a soffiare sul fuoco. C'è chi vi legge soltanto un problema di ordine pubblico, e invoca più divise. C'è chi vi legge soltanto l'esercizio del diritto alla protesta, e chiede più ascolto. Entrambi i punti di vista hanno un loro fondamento. Nessuno dei due, tuttavia, è sufficiente a comprendere il fenomeno nella sua complessità. Non è solo questione di sicurezza. Non è solo questione di libertà. È questione di senso.
Da ultimo, viene in soccorso la filosofia, che interroga questa rabbia risalendo all’assenza di senso da cui scaturisce la disperazione, una delle condizioni più ricorrenti tra le nuove generazioni. Kierkegaard la chiamava «malattia mortale», non perché uccida, ma perché impedisce tanto di vivere quanto di morire: è il sé che non riesce più a fondarsi.
Le analisi, dunque, si moltiplicano. Ciascuna di esse offre una prospettiva diversa, meritevole di considerazione. C'è chi parla di noia, la malattia sottile di chi possiede tutto ma ha perso il senso del vivere. C'è chi parla di immaturità: l'età dell'innocenza che smarrisce la sua purezza, la potenza dell'adolescenza che non è ancora diventata competenza. C'è chi indica la disconnessione dal reale, un'esistenza consumata dietro uno schermo, da cui discendono un'immaturità persistente e l'assenza di ogni senso del limite. C'è chi torna alle diseguaglianze crescenti, alle ingiustizie sociali e intergenerazionali. Tutte letture da approfondire e da tenere nella giusta considerazione.
Eppure, mentre le diagnosi proliferano, la cura tarda a emergere. Il nostro tempo sembra aver affinato come nessun altro l'arte di descrivere gli effetti, mentre ha smarrito quella di risalire alle cause profonde. Parole, parole, parole. La politica, assediata dall'urgenza, fatica a raggiungere le radici del disagio, persino quelle civili. L'accademia ne misura i sintomi con precisione crescente, ma stenta a tradurre la conoscenza in sapere vivificante e poi in educazione. E anche le comunità di fede, custodi della parola che forma le coscienze, faticano a raggiungere chi non ne varca più le soglie. Alla prova della storia, emerge così una diffusa impotenza.
Dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà, allora, di riconoscere che c'è dell'altro. Le cause e le soluzioni stanno più in basso (o più in alto, molto più in alto) del punto in cui ciascuna scienza è abituata a guardare. C’è dell’altro. E c'è di più da indagare. Bisogna andare oltre. Oltre gli effetti visibili. Scendere più in basso, fino alle fondamenta. Fino all'arco.
Proviamoci.
La disperazione sopravviene quando si perde la speranza. La speranza si perde quando si spegne la luce. Perché sperare è vedere. Vedere oltre. Vedere l’alba oltre la notte. Chi non vede nulla non può attendere nulla. E la luce si spegne quando si smarrisce la verità. Non una verità qualunque, opinabile, negoziabile. La verità di ciò che siamo. La verità di natura di cui si diceva sopra. Un sé senza fondamento è un sé senza direzione. E un sé senza direzione è un arco storto.
Il Salmo che ci ha consegnato il fuoco ci consegna anche quest'altra immagine. Conversi sunt retro ut arcus pravus (Sal 78,57). Si sono rivoltati all'indietro, come un arco storto. Pravus: deforme, contorto, distorto. E insieme malvagio, sbagliato, infondato. Una sola parola tiene insieme la fisica e la morale, come se gli antichi sapessero che il male è anzitutto una deformazione della forma. Un arco che perde la sua finalità è un arco che ha perso la sua stessa natura di arco. Non scocca più. Oppure scocca all'indietro, contro l'arciere. Lo stesso Salmo lo aveva annunciato poco prima: Filii Ephraim, intendentes et mittentes arcum, conversi sunt in die belli (Sal 78,9). I figli di Efraim, arcieri provetti, nel giorno della battaglia voltarono le spalle. Avevano l'arco. Avevano la mano. Avevano perduto la memoria: et obliti sunt factorum eius (Sal 78,11). Dimenticarono le opere e le meraviglie che il Signore aveva mostrato loro. Sempre l'oblio precede la deformazione. Prima si dimentica. Poi ci si torce.
Ecco perché le frecce non colpiscono più il bersaglio giusto o addirittura tornano indietro. Non perché siano nate storte, ma perché storto è l'arco che le ha lanciate. Conversi sunt retro: è l'arco dei padri a essersi rivoltato, ed è la freccia dei figli a pagarne la traiettoria. E il Salmo spiega bene dove conduce questa torsione. Dalla schiavitù dell'Egitto, dalla quale il Signore li aveva liberati, si sono inabissati in una schiavitù ancora peggiore. Dalla libertà sono tornati nella schiavitù, dalla vita nella morte. Persero la loro essenza e la loro finalità. E senza la sua essenza e senza il suo fine, il popolo di Dio non era più il popolo di Dio. Senza la sua essenza e senza il suo fine, l’Umanità non è più l’Umanità. Senza la sua essenza e senza il suo fine, ciascuna persona non è più vera persona.
Anche il rischio che queste frecce siano scoccate da mani occulte verso bersagli altrui non smentisce l’analisi. La conferma, invece. Rabbia dei giovani e manipolazione dei poteri non sono letture da contrapporre, come se l'una escludesse l'altra. Coesistono. E hanno la stessa radice. Un mondo che ha smarrito la verità di natura genera insieme la disperazione di chi brucia e il cinismo di chi accende. È l'arco deforme che oggi regge la storia: storto nei padri che non trasmettono, storto nei figli che devastano, storto nei poteri che manovrano e non sono capaci di offrire soluzioni. Così, la sequenza degli errori si perpetua all’infinito.
I Greci chiamavano hamartía l'errore dell'arciere: mancare il bersaglio. Il Nuovo Testamento userà questa parola per dire il peccato. Non anzitutto una trasgressione: uno smarrimento della mira. E l’apostolo Paolo, per dire la vita salvata, corre katà skopó (Fil 3,14), verso il bersaglio. La speranza ha una mèta. La disperazione no.
Abbiamo consegnato ai nostri figli un mondo senza bersaglio. Abbiamo insegnato loro che la verità non esiste, che il bene è una preferenza, il fine un'opinione. Abbiamo chiamato libertà l'assenza di direzione. E ora ci stupiamo che le frecce ricadano su di noi. Abbiamo dichiarato umana ogni parola che veniva dall'alto. E se è parola umana, perché ascoltarla? La mia parola sarà sempre più vera e luminosa della parola altrui. Poi abbiamo relativizzato ogni maestro: se sono tutti uguali, nessuno è autorevole. È l'antica pretesa di Core, Datan e Abiràm: «tutti sono santi» (Nm 16,3), e dunque nessuno ha più nulla da insegnare. Sappiamo come finì. La terra spalancò la bocca e li inghiottì.
E infine abbiamo smarrito la verità di natura, e con essa la possibilità di perseguire fini di bene. Ecco il cuore della questione, come già anticipato, dal punto di vista della teologia fondamentale. Ogni volta che si perde la natura, si perde anche il fine. Quanto più si degrada la natura, tanto più si degrada il fine. Abbiamo preteso di custodire la giustizia, la pace, la dignità dopo aver dissolto la natura che le fonda. Il frutto senza la radice non può maturare né essere raccolto. Un fine senza natura si dilegua come acqua gettata a terra. Dalla natura di bene siamo divenuti natura di male. Inevitabilmente il male è divenuto il fine della nostra vita.
Ecco l'impossibilità. La vera, insuperabile impossibilità. Non morale, quindi, ma di natura. Fuori dalla verità di ciò che siamo non ci manca la volontà di costruire, di dare, di custodire la speranza. Ci manca la possibilità. All'arco storto non manca il desiderio di colpire nel segno: manca la forma, manca la struttura, manca la meccanica. Nessuna riforma, nessun piano casa, nessun sussidio, pur necessari, potranno da soli raddrizzarlo. L'arco non si raddrizza dall'esterno, con un supplemento di mezzi. Si raddrizza dall'interno, con una restituzione di forma. Il bene si può invocare, rincorrere, decretare. Senza verità, non si raggiunge. Il Salmo lo aveva già narrato. Nel deserto il popolo chiede carne e la riceve in abbondanza: manducaverunt et saturati sunt nimis (Sal 78,29), mangiarono e si saziarono oltre misura. Eppure nondum recesserant a desiderio suo (Sal 78,30): il cibo era ancora nella loro bocca, e non si erano staccati dalla loro brama. Sazi, ma non saziati. È il ritratto di una civiltà che moltiplica i mezzi e smarrisce il fine.
Il Salmo, però, conosce anche la cura. Si apre con un patto tra generazioni: ciò che i padri ci hanno narrato non lo terremo nascosto ai loro figli, ut ponant in Deo spem suam (Sal 78,7), perché ripongano in Dio la loro speranza. E spiega: ne fiant sicut patres eorum (Sal 78,8), perché non diventino come i loro padri, generatio quae non firmavit cor suum (Sal 78,8), generazione dal cuore incostante. Il Salmo non assolve i padri. Mette in guardia i figli.
È questo il debito più grave contratto con i giovani. Più del debito pubblico. Più dei patrimoni che non riusciranno ad accumulare. Il debito di una narrazione interrotta. Abbiamo trattenuto la luce e la verità. Peggio: le abbiamo spente, le abbiamo soffocate, credendo di emanciparci. Le nuove generazioni sono rimaste al buio. Senza verità. Senza speranza.
E se le nuove generazioni sono al buio e senza speranza, anche il domani sarà al buio e senza speranza. Perché la freccia di oggi è l'arco di domani. Anche questi ragazzi, un giorno, saranno chiamati a tendere la corda per figli che ancora non sono nati. Anche i giovani di oggi sono responsabili delle loro azioni e del loro impatto sulle generazioni e sulla storia di domani. Il patto del Salmo non li esonera. Li ri-chiama. Anche loro hanno il dovere di diventare archi buoni, di non lasciarsi torcere dalla rabbia, che deforma chi la porta prima ancora di ferire chi la subisce. Anche loro hanno il dovere di restare nella loro verità di natura. La legge non fa sconti a nessuna generazione: fuori dalla verità di natura non si raggiunge il proprio fine di bene. E si impedisce a chi verrà dopo di raggiungerlo. Un arco storto non tradisce soltanto la sua freccia. Tradisce tutte quelle che verranno. Gli errori dei padri non si riparano con gli errori dei figli. Si riparano con figli che scelgono di diventare padri migliori. Ne fiant sicut patres eorum ( Sal 78,8): è a loro, oggi, che il Salmo parla.
L'innovazione armonica nasce per questo. Ogni buon Armonauta lo sa. Raddrizzare l'arco. Essere frecce buone. A questo siamo chiamati.
Il Salmo, infatti, non finisce nel fuoco. Finisce con un pastore preso dietro le pecore, che guida il suo popolo in innocentia cordis sui (Sal 78,72), con cuore integro. Integro: intero, non spezzato, non torto. Non la forza, ma la forma ritrovata, l'arco diritto.
Forse è questo che i ragazzi in piazza, senza saperlo, stanno chiedendo: che l’Umanità smetta di essere un arco storto e ritorni a essere un arco buono. Tutta l’Umanità. Non una sola parte. Padri e figli. Nessuno escluso.
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