Come se vedesse l'invisibile
Dall'uomo d'affari che conta le stelle all'impresa che costruisce mondi nuovi. Senza visione e senza fede non c'è futuro, né per l'impresa, né per l'economia, né per la politica, né per la vita. Perché ciò che vale davvero non si vede

Il piccolo principe sta per partire. La volpe, che egli ha addomesticato con la pazienza dei giorni e la fedeltà delle ore, gli consegna il suo segreto. «Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi». Poi aggiunge una frase meno citata: «È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante». Tempo perduto. Così lo registrerebbe un contabile. Eppure, è proprio quel tempo, speso senza calcolo e senza ritorno immediato, a generare il solo valore che nessun bilancio saprà mai iscrivere. Antoine de Saint-Exupéry lo scriveva nel 1943, mentre il mondo bruciava nella più materiale delle guerre.
Pochi capitoli prima, sul quarto pianeta, il piccolo principe aveva incontrato un uomo d'affari. Contava. Contava le stelle. Senza mai alzare lo sguardo. Le sommava. Ne scriveva il totale su un foglio. Poi chiudeva il foglio a chiave in un cassetto e se ne dichiarava padrone. Cinquecentouno milioni seicentoventiduemila settecentotrentuno. «Io sono un uomo serio», ripeteva. Non sapeva che farsene, di quelle stelle. Non le guardava. Le possedeva.
Eccolo, il ritratto del nostro tempo. Un tempo serio. Serissimo. Secondo l’opinione prevalente. Un tempo che ha smesso di contemplare le stelle perché preferisce contarle.
Siamo soffocati da una visione materialista della storia, della politica, dell'economia, dell'impresa, perfino delle relazioni umane. Tutto è pensato per massimizzare il profitto, per produrre risultati quantitativi, misurabili. Possibilmente entro la fine del trimestre. Ciò che si conta esiste. Ciò che non si conta non conta. Oscar Wilde definiva il cinico come colui che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente. Il cinismo, nel frattempo, è diventato metodo.
Lo vediamo anzitutto nell'economia. Nel marzo del 1968, all'Università del Kansas, Robert Kennedy osservava che il prodotto nazionale lordo misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Quasi sessant’anni dopo, il primato dei numeri governa ancora le nazioni, e nelle imprese il suo fratello minore, l'utile di breve periodo, governa i consigli di amministrazione, detta le strategie.
Lo vediamo, poi, nella politica, che ha rinunciato a guidare per inseguire. Il sondaggio ha sostituito il progetto, il consenso misurato ha preso il posto del bene cercato, e ciò che non produce voti entro la prossima scadenza elettorale semplicemente non viene fatto. Le generazioni future non votano. Dunque, non esistono.
Lo vediamo, ancora, nella società. Max Weber aveva intravisto il destino di una civiltà chiusa in una gabbia d'acciaio, abitata da specialisti senza spirito e gaudenti senza cuore, che misurano ogni cosa dal rendimento immediato. Ci siamo arrivati. L'antropologa Marilyn Strathern ha dato alla legge di Goodhart una formulazione spietata: ogni misura che diventa obiettivo smette di essere una buona misura.
Lo vediamo, infine, nel pensiero. La modernità ha stabilito che reale è soltanto ciò che si può misurare. Il vero, il giusto, il bello, il necessario, il sacro sono stati declassati a opinioni inutili. L'invisibile è stato dichiarato inesistente. E con l'invisibile è scomparso il senso.
Il prezzo è altissimo. Questa visione ci impedisce di cercare il bene. E ci impedisce di costruire il futuro, che è il più invisibile degli invisibili. Chi vede soltanto ciò che è, non vedrà mai ciò che deve essere.
Eppure, mai come oggi ne avremmo bisogno. Papa Francesco diceva che non viviamo tanto un'epoca di cambiamento quanto un cambiamento d'epoca. Le forme consolidate della convivenza, del lavoro, della ricchezza, del potere si stanno sciogliendo davanti ai nostri occhi. Servono morfologie nuove. Innestate su ontologie antiche. Come fa il contadino che sul tronco vecchio di secoli inserisce la gemma giovane. Senza tronco la gemma muore. Senza gemma il tronco si secca.
Pensiamo all'impresa. Un'impresa che lavora soltanto per massimizzare il profitto o ottimizzare i costi nel breve termine è un'impresa di scarsa ambizione. Serve altro. Servono imprese capaci di cambiare le regole del gioco, capaci non di scalare i mercati esistenti ma di generarne di nuovi, con grammatiche nuove e funzionamenti nuovi. Imprese capaci di costruire il futuro e di correggere i differenziali di sviluppo che lacerano il pianeta.
Amazon nacque nel 1994 e registrò il primo utile annuale soltanto nel 2003. Nove anni. Nella prima lettera agli azionisti Jeff Bezos aveva avvertito che tutto si sarebbe giocato sul lungo periodo. Oggi le grandi imprese dell'intelligenza artificiale bruciano capitali immensi, anno dopo anno, senza che i conti tradizionali tornino. Che cosa comprano, con quelle perdite? Comprano l’invisibile. Comprano dati, conoscenza, talento, reti, fiducia, piattaforme. Comprano asset intangibili che diventano a loro volta strumenti di cambiamento, capaci di moltiplicare il valore e il rendimento in maniera esponenziale. I numeri lo confermano con una precisione quasi ironica. Nel 1975 gli intangibili valevano il 17 per cento della capitalizzazione delle società dell'indice S&P 500. Alla fine del 2025, secondo Ocean Tomo, circa il 92 per cento. Il sistema più materialista della storia scopre che quasi tutta la sua ricchezza non si vede. L'uomo d'affari conta le stelle. E le stelle, intanto, sono altrove.
Non tutto ciò che quei giganti hanno costruito è buono. Anzi. Quasi sempre l'invisibile accumulato è diventato potere, dominio, concentrazione. Ma il metodo rivela una legge. Il valore più grande nasce sempre dove qualcuno ha avuto il coraggio di investire in ciò che non si vede, e la pazienza di aspettarlo. Percorrere un simile cammino esige due qualità. Visione e fede.
Senza visione si farà ciò che tutti hanno sempre fatto, e con l'arroganza del potere consolidato si giudicherà pazzo, folle e millantatore chiunque veda ciò che gli altri non vedono. Senza fede, invece, mancherà la forza di restare nel cammino per tutto il lunghissimo tempo che la semina richiede prima del raccolto. La visione apre la strada. La fede la percorre. La prima vede ciò che non c'è ancora. La seconda resta quando ancora non si vede nulla. Ma non ogni visione è profezia. Il vero uomo di fede vede l'invisibile, vicino e remoto, del tempo e dell'eternità. Il falso uomo di fede non vede l'invisibile e attribuisce alla propria immaginazione il valore di una promessa di futuro. Un'intera storia di bene può essere distrutta da una sola falsa visione.
La Lettera agli Ebrei lo dice di Mosè con una formula che potrebbe stare sulla porta di ogni impresa che voglia davvero cambiare il mondo. «Rimase saldo, come se vedesse l'invisibile» (Eb 11,27). E di Abramo, il primo dei grandi pellegrini dell'invisibile, dice che «obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava» (Eb 11,8). Nessun piano industriale lo avrebbe approvato. Da quella partenza è nato un popolo. Perché «la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» (Eb 11,1).
Ed ecco il paradosso che dovrebbe toglierci il sonno. Gli esempi che abbiamo citato – Amazon ieri e i giganti dell'intelligenza artificiale oggi – sono l'ulteriore prova di ciò che scrivevamo nel precedente articolo della rubrica “Fabbricanti di dèi”: chi dice di credere si comporta come se non credesse, e chi non crede si comporta come se credesse. Uomini abituati a misurare il successo in cifre hanno saputo credere, per anni, in ciò che non si vedeva. Hanno investito sull'invisibile. Hanno sopportato le perdite. Hanno atteso. Chi non crede dimostra di saper credere più di chi dice di credere. Costoro hanno fede in un futuro fatto di macchine. Noi fatichiamo ad averla in un futuro fatto di Dio e costruito con l’aiuto di Dio. Ed è qui che la responsabilità ricade, tutta intera, su chi si dice credente. «Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta» (Gc 2,17). Il credente che amministra la propria impresa, il proprio voto, il proprio denaro, il proprio tempo con la stessa contabilità del mondo smentisce con le mani ciò che confessa con le labbra. Non nega Dio con le parole. Lo rende superfluo con le azioni. È il più efficace degli atei.
Serve allora una nuova matematica dell'impresa e dello sviluppo. Gaël Giraud, gesuita, matematico ed economista, rimprovera all'economia neoclassica di servirsi di una matematica troppo elementare, che piega la realtà ai modelli invece di piegare i modelli alla realtà. La matematica di cui abbiamo bisogno dovrà saper contare il tempo lungo, la fiducia, la conoscenza, le relazioni, il bene comune, il debito che contraiamo con chi non è ancora nato. Una matematica capace di dare peso a ciò che non pesa. È la sfida dell'innovazione armonica. In questa sfida siamo chiamati a restare saldi.
Non è una voce isolata. Mark Carney, oggi primo ministro del Canada, già governatore della Banca del Canada e poi della Banca d'Inghilterra, ha dedicato alla questione un libro dal titolo volutamente ambivalente: Value(s). Valore e valori. Una sola parola, due destini. La sua tesi, maturata nel cuore della finanza globale, è che il fondamentalismo del mercato, lasciato a sé stesso, divora quel capitale sociale da cui dipende perfino la vitalità di lungo periodo del capitalismo. Per questo indica nel dinamismo, nella resilienza, nella sostenibilità, nell'equità, nella responsabilità, nella solidarietà e nell'umiltà la vera infrastruttura dell'economia. È la buona notizia che il nostro tempo fatica ad ascoltare. Sono i valori che creano valore. Quello che dura. Quello che si moltiplica invece di consumarsi. La fiducia rende possibile lo scambio, la verità rende credibile la promessa, la giustizia rende durevole la ricchezza, la cura rende fecondo il lavoro. Ogni valore autentico è un investimento nell'invisibile che, a suo tempo, si fa visibile.
E non riguarda soltanto la finanza, che dovrà tornare a essere capitale paziente invece di scommessa al millisecondo. Riguarda la politica, che dovrà tornare a pensare per generazioni e non per legislature. Riguarda le istituzioni, le università, le comunità. Riguarda l’impresa, che dovrà imparare ad andare oltre il profitto e oltre la sterile ed egoistica efficienza quantitativa dei conti per tornare a ciò che la sua etimologia suggerisce e che la storia industriale degli ultimi secoli ha in gran parte tradito: imprehendere, prendere su di sé, intraprendere, caricarsi di un compito nell’interesse generale.
Non è poesia. Non è eresia. Non è filantropia. È il nuovo modello da costruire. Con solide basi empiriche e metaempiriche.
Eric Hoffer, il filosofo che scaricava navi nel porto di San Francisco, in “Reflections on the Human Condition” (1973), osserva che in un tempo di cambiamenti drastici, a ereditare il futuro sono coloro che hanno desiderio di imparare cose nuove, mentre coloro che ritengono sufficiente ciò che hanno già appreso si ritrovano preparati a vivere in un mondo che non esiste più. In estrema sintesi: nel solo passato non c’è il futuro.
Il dramma è che, quasi sempre, chi detiene il potere, e con esso l'arroganza e la presunzione del potere, è figlio del passato e non costruttore di futuro. Misura il nuovo con il metro del vecchio, e poiché il nuovo non entra in quel metro, lo dichiara impossibile. Diventa così, spesso senza saperlo, il più grande ostacolo al cambiamento. Custode zelante di un museo. Guardiano inflessibile di principi inutili. Il potere, quando invecchia, smette di domandarsi che cosa sia giusto e comincia a domandarsi soltanto che cosa sia sicuro. E chiama prudenza, ordine e trasparenza, ciò che è soltanto paura. Eppure, più si è in alto, più si è responsabili. Dalla visione di chi governa dipende il cammino di quanti gli sono affidati. Se chi è posto in alto smette di vedere, tutti cadono con lui. Se resiste e persevera, molti altri resisteranno e persevereranno.
Ma la storia arriva sempre. Arriva a spazzare via il vecchio, con la pazienza delle maree e la violenza delle piene. Gli imperi (e gli imperatori) che si credevano eterni sono diventati rovine visitate nei giorni di festa. «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). La domanda del profeta Isaia resta sospesa sopra ogni stanza del potere.
Perché la legge è antica e non ammette deroghe. «Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!» (Mc 2,22). Non basta il vino. Occorre l'otre. E qui l'analisi si spinge più in profondità di qualsiasi riforma. Se l'uomo è di buona volontà, può evitare certi peccati e certi vizi, ma la sua natura rimane sempre quella vecchia. Nella vera fede, invece, si vince il peccato, si crea una nuova natura. Non è solo la verità che attesta la vera fede e la separa da tutte le umane credenze: è anche la grazia che crea in noi l'uomo nuovo e lo fa vivere da vero uomo nuovo, nell'unico vero uomo nuovo che è Cristo Gesù. L'otre nuovo è l'uomo nuovo. Nessuna istituzione potrà essere nuova se non lo diventa prima il cuore di chi la abita.
Questa analisi ci riconduce, allora, a una visione ancora più alta. Anche la vita ha bisogno di visione e di fede. Visione dell'eternità, e fede in essa. Visione dell'invisibile, e fede nell'invisibile. Senza questa visione la vita verrà vissuta per ottimizzare il guadagno presente. Con la visione e con la fede la vita viene vissuta per ottimizzare il guadagno eterno. «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16,26). È la domanda che nessun bilancio trimestrale e nessun controllo di gestione hanno il coraggio di porsi. La Lettera agli Ebrei dice di Mosè che «stimava ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto l'essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso sulla ricompensa» (Eb 11,26). Ecco un'altra contabilità del valore.
Il parallelismo è sorprendente, quasi geometrico. Come l'impresa che accetta lunghi cicli di apparente perdita per accrescere un patrimonio invisibile destinato a generare un valore esponenziale, così il credente accetta di perdere qualcosa del presente per un patrimonio che non si vede e non finisce. Il dono che sembra spreco. Il perdono che sembra debolezza. La rinuncia che sembra sconfitta. Il tempo perduto per la rosa. Senza visione e senza fede l'impresa non è vera impresa, la politica non è vera politica, la finanza non è vera finanza. Senza visione e senza fede la vita non è vera vita. È amministrazione del visibile. Effimera contabilità delle stelle. La vita di chi crede, invece, è simile a una moneta consegnata nelle mani di Dio. Noi diamo la nostra vita. Sarà il Signore a spenderla, secondo la sua sapienza, per il bene più grande di tutti.
L'apostolo Paolo lo aveva scritto ai Corinzi: «noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili» (2 Cor 4,18). Perché le prime durano un momento. Le seconde sono eterne.
Ma come si vede ciò che non si vede? Come si abita un futuro che non è ancora? La risposta della sapienza è di una semplicità disarmante. La relazione tra il presente e il futuro sta nella Parola del Signore. Il Signore vede quanto sta per accadere e lo dice anzitempo all'uomo, perché anche lui veda la storia con gli occhi del Signore. Non solo la veda, ma la viva con gli occhi di Dio. La fede è fondamento di ciò che si spera, perché ciò che si spera è già contenuto nella Parola che lo promette. È prova di ciò che non si vede, perché l'invisibile, per l'uomo, è reso visibile dalla Parola. Chi crede vede il futuro già presente nella Parola. Chi obbedisce lo vive come se fosse già presente. Giosuè non attende che le mura di Gerico crollino per credere. Per fede vede che le mura sono già crollate, e per sette giorni gira intorno alla città come chi cammina dentro una vittoria già scritta. Ciò che dice la Parola non si compie. È già compiuto. È questo l'unico realismo che non delude.
C'è una notte, nella Genesi, che rovescia la figura dell'uomo d'affari del quarto pianeta. Il Signore conduce fuori Abramo, vecchio e senza figli, e gli dice: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» (Gen 15,5). E soggiunge: «Tale sarà la tua discendenza» (Gen 15,5). Abramo non le conta. Crede. «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15,6). L'uomo d'affari conta le stelle per possederle e resta solo con un foglio chiuso in un cassetto. Abramo rinuncia a contarle e riceve una discendenza «numerosa come le stelle del cielo» (Gen 22,17), che «non si può contare» (Gen 16,10). Nessuno di quegli antenati vedeva il futuro. Erano persone senza vero futuro, immerse in un presente di morte. Hanno creduto nel futuro annunciato dalla Parola e sono diventati, con il loro Dio, creatori di un futuro di vita. Il presente è un deserto. L'uomo di Dio crede nella Parola, le dona vita, e quel deserto inizia a risvegliarsi alla vita contenuta nella Parola. Morirono senza aver ottenuto i beni promessi, ma «li videro e li salutarono solo da lontano» (Eb 11,13). La fede dice che si compirà. La speranza attende il compimento. L'obbedienza, intanto, lo rende presente.
Non si tratta di fuggire dalla ragione. Al contrario. Se siamo di buona volontà, la nostra sana razionalità può condurci alla deduzione logica che, se le cose sono belle, molto più bello è colui che le ha fatte; se le cose sono grandi, molto più grande è colui che le ha fatte. Ma, se riconosciamo tutto questo, è a Lui che dobbiamo tendere, e non alle cose. Le cose non sono eterne. Se non sono eterne, esse sono state fatte da colui che è eterno. Nessuno potrà mai fare sé stesso, perché il non esistente mai potrà creare l'esistente. E il Signore ha scritto la sua Legge, la sua Verità nel cuore di ogni uomo. Se un uomo legge nel suo cuore, – e vi potrà leggere se il cuore non è inquinato dal peccato – sempre si aprirà alla Legge e alla Verità. Vale nella vita, vale nelle relazioni, vale nella politica, vale nella finanza, vale nell’impresa. Vale sempre.
Il Libro della Sapienza descrive con precisione impressionante l'uomo d'affari del quarto pianeta e i suoi infiniti discendenti. «Davvero vani per natura tutti gli uomini che vivevano nell'ignoranza di Dio, e dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è, né, esaminandone le opere, riconobbero l'artefice» (Sap 13,1). Eppure, prosegue il testo, «dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore» (Sap 13,5). E chiude con un rimprovero che sembra rivolto ai signori del nostro tempo, a chi mappa le galassie, decifra il genoma, addestra le macchine a pensare. «Se sono riusciti a conoscere tanto da poter esplorare il mondo, come mai non ne hanno trovato più facilmente il sovrano?» (Sap 13,9).
La ragione arriva alla soglia. Oltre la soglia c'è la storia. E nella storia c'è un fatto che nessuna misura ha potuto contenere. Gesù solo è il vincitore della morte. Solo Lui nella storia è tornato dalla morte alla vita. Non si è reincarnato. È risorto con il suo corpo. Il più invisibile degli eventi è diventato il più visibile. La pietra rotolata. Il sepolcro vuoto. L'eternità entrata nel tempo per aprire il tempo all'eternità. Da quel mattino il visibile non è più l'ultima parola sul reale. È soltanto la prima.
Ma l'invisibile, per sua natura, non si vede. E allora tocca a chi crede renderlo visibile. Nel tempo dell'attesa, tra il sepolcro vuoto e il ritorno del Signore, tra la semina e il raccolto, il credente è la sola epifania di cui il mondo dispone. L'unico Vangelo che molti leggeranno. La storia è vera via della fede. Raab, la straniera di Gerico, giunse a credere per la via della storia, ascoltando ciò che il Signore aveva operato. Quale storia stiamo edificando noi, perché attraverso di essa altri giungano alla fede? «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Non perché vedano noi. Perché, attraverso di noi, vedano Lui. Chi non crede ha il diritto di chiederci una prova. E la prova non è un argomento. È una vita. È un fondatore, un socio o un manager d’impresa che sa mantenersi fedele al proprio carisma, contro tutto e tutti. È un'impresa che crea valore senza tradire i valori. È una politica che serve invece di servirsi. È una finanza che sa attendere. È una famiglia che accoglie. Solo così, chi non crede potrà essere aiutato a credere. Non convinto. Attratto.
È questa la rotta dell'Armonauta. Andare oltre il tangibile verso l'intangibile, oltre il visibile verso l'invisibile, senza disprezzare la terra ma senza mai scambiarla per il cielo. Costruire imprese, istituzioni, comunità che siano otri nuovi per il vino nuovo della storia. Spendere il tempo come lo spende chi ama, senza contarlo. Restare saldi, come se si vedesse l'invisibile. E renderlo visibile, perché anche altri possano vederlo. Perché l'invisibile, prima o poi, si lascia vedere da chi lo ha atteso con fede. E da chi, obbedendo alla Parola, lo ha già vissuto come presente.
La volpe aveva ragione. L'uomo d'affari no.
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