I politici dicono le bugie, ma non è solo colpa loro

Nel libro di Giovanni Zagni esercizi utili per cercare le verità nel dibattito pubblico: una guida per sopravvivere alla campagna elettorale alle porte
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October 13, 2026
I politici dicono le bugie, ma non è solo colpa loro
Un cane davanti a un seggio elettorale a Londra / REUTERS
Sono passati poco più di dieci anni da quando, nel settembre 2016, l’Economist pubblicò una copertina dal titolo “Art of the lie”. Tradotto: l’arte della bugia, ovvero la politica della post-verita nell’età dei social network. Erano mesi infuocati, tra la freschissima Brexit e l’imminente prima vittoria di Donald Trump, due episodi segnati dal ricorso mai così abbondante alla menzogna per accreditare posizioni che alla fine prevalsero nel segreto delle urne. Da allora è stato un crescendo continuo, al punto che oggi vediamo nel dibattito politico uno dei campi di battaglia preferiti per la guerra ibrida, che usa armi solo apparentemente meno violente di quelle tradizionali. Perché le fake news di norma non hanno il potere di uccidere nessuno, ma minano nel profondo il valore più importante che sta alla base del vivere democratico:la fiducia.
Ci piaccia o no è questo il clima in cui sta iniziando la campagna elettorale che ci porterà alle prossime elezioni politiche. In molti si augurano che si voti presto proprio per ridurre il più possibile questa specie di tortura a base di frasi fatte, propaganda e risse verbali, ma per chi è disposto a non estraniarsi del tutto dalla lotta e capirne un poco di più esce oggi con un certo tempismo Perché i politici dicono bugie (Piemme, 176 pagine, 18,90 euro) di Giovanni Zagni. L’autore è direttore di Pagella politica, la testata che più di tutte in Italia si è affermata negli anni sul fact-checking - la verifica minuziosa di affermazioni pubbliche, per lo più (ma non solo) di amministratori pubblici e rappresentanti di partito. Quasi utilizzando la stessa tecnica dei politici in questione, Zagni inizia il suo percorso assecondando le emozioni dei suoi lettori: una volta attirati nella “trappola”, ecco che però finiscono per scoprire che in realtà le cose stanno un po’ diversamente da come immaginavano. E che le bugie a volte vengono dette senza dolo o colpa grave, magari semplicemente perché spesso non c’è alternativa. E il contesto, con la sua complessità, le rende in un certo senso necessarie. O comunque inevitabili.
«Nessuno ha mai dubitato che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l’altra, e nessuno, a quanto ne so, ha mai reputato il dire la verità tra le virtù politiche», scriveva Hannah Arendt sul New Yorker nel 1967. Senza stracciarsi troppo le vesti, perché «le bugie sono sempre state considerate strumenti necessari e giustificabili non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche dello statista». Se questa tesi stava in piedi negli anni ‘60, figuriamoci adesso che viviamo in quella specie di realtà aumentata che è l’infodemia. Una palude digitale in cui è difficile, forse impossibile avere l’ambizione di pretendere la verità. Che però può, e deve, essere cercata. E qui Zagni propone una serie di esercizi utili. Ad esempio è inutile illudersi di poter distinguere i politici tra quelli “buoni” che dicono le cose come stanno e quelli “cattivi” che mentono sapendo di mentire: meglio partire con un approccio neutrale. E poi, ricordare che i vizi della comunicazione sono sempre gli stessi; basta tenere sotto mano il catalogo degli artifici tipici della politica, e con esso sarà più facile individuarli e smascherarli. Una volta arrivati all’osso, resta il fact checking: porsi delle domande, attingere a fonti certificate, farsi delle idee. Rifuggendo così dalla scorciatoia - a doppio senso di marcia - delle bugie.

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