I giovani e il lavoro: mille possibilità, ma dominano l'incertezza e il disincanto

Come è cambiato il rapporto delle nuove generazioni con il "mestiere" e l'occupazione. Non è più o quasi questione di identità. E Il lavoro per molti non è più un fine totalizzante. Ma resta ancora un mezzo? E per cosa, solo per fare altro?
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October 13, 2026
Giovani al lavoro su un ponteggio / Ansa
Giovani al lavoro su un ponteggio / Ansa
L’incertezza e il disincanto. Si tesse nello spazio tra questi due sentimenti la trama del lavoro, oggi. Per i giovani, in particolare, che hanno mille fili di possibilità in più rispetto alle generazioni passate. Ma faticano a ordire un tessuto resistente nel tempo. E la loro tela assomiglia davvero a quella di Penelope: nei giorni di un anno intrecciano esperienze di stage, tirocini, supplenze e sostituzioni. E nelle notti dei mesi successivi non vedono rinnovati i contratti, lavorano e vivono con addosso una data di scadenza già stampigliata, come un prodotto. Passando da un’esperienza all’altra mentre tutto s’allontana: non solo la stabilità, la possibilità di rendersi autonomi, ma i progetti di vita. Per molti la convivenza – il matrimonio è rimasto l’unico contratto veramente a tempo indeterminato – appare più un’esigenza economica, un modo per dividersi i costi di affitti insostenibili, che il desiderio di condividere la quotidianità. L’idea di avere figli - per chi ancora ne avverte il desiderio - resta una sorta di pensiero astratto, un progetto per il quale si ritiene manchino le minime condizioni di fattibilità.
E così si sviluppa il disincanto per il lavoro stesso, che non occupa più una parte tanto rilevante e determinante della propria esistenza, com’era in passato. Non essendo più lineare il percorso dallo studiare all’entrare in un’impresa, dal “fare carriera” alla pensione, il lavoro ha perso la sua centralità. E la precarietà è diventata non solo occupazionale ma biografica. Sul piano singolo e su quello collettivo, di “classe” si sarebbe detto un tempo. L’identificazione con il proprio lavoro resiste, ristretta però in pochi ambiti e non prima dei 35-40 anni d’età: “sono un medico”, “sono un ingegnere, progetto impianti industriali”. Sparita la coscienza e l’orgoglio di un’appartenenza: “sono un operaio”, magari di quelli capaci di “fare i baffi alle mosche con il tornio” come si diceva, mezzo secolo fa, nelle fabbriche del Nord Italia. Oggi la precarietà è molto più estesa – va dall’immigrato straniero al laureato, dal rider al ricercatore – e ha ulteriormente frammentato non solo la società ma la percezione di sé. «Ti chiedi mai chi sei / senza quello che fai? // Ti chiedi mai se sei / solo quello che fai?» canta Madame nell’ultimo album intitolato proprio Disincanto.
L’essere e il fare sono diventati due concetti separati, a volte distanti, perfino antitetici. Per buona parte dei giovani il lavoro non è da tempo il centro assoluto della propria vita. Non si vive più per lavorare ma si lavora per vivere e fare altro, essere altro. Si rifiuta l’idea che il lavoro debba occupare tutta la vita, ma contemporaneamente si ha bisogno che il lavoro dia reddito, dignità e soprattutto possibilità di futuro. E proprio qui sta il nodo centrale: non è che i giovani non attribuiscano più valore al lavoro in assoluto. È che non credono più che il lavoro, per come è strutturato e svalutato oggi, possa mantenere le stesse promesse che ha garantito alle generazioni precedenti. Non credono più nella laurea come un automatico lasciapassare per buone professioni. Non riconoscono lo studio e l’occupazione come un efficace ascensore sociale, quale invece è stato per almeno due generazioni dal Dopoguerra. Non si fidano più di chi sostiene che impegno e merito siano i fattori premianti. La malattia che scava dentro i ragazzi e le ragazze, che spinge chi può permetterselo ad affollare gli studi degli psicologi, è questa sfiducia. Per le promesse che ritengono tradite, le disattenzioni che avvertono, lo scarso rilievo che percepiscono nelle scelte politiche, attente quasi esclusivamente alle classi d’età più alte (e numerose). Tutto il resto, ciò che accade sul mercato del lavoro, sono solo i sintomi di questo malessere.
Così quando ne hanno la possibilità, nel valutare un impiego i giovani prendono in considerazione quanti siano i sabati e le domeniche di impegno. E la possibilità di lavorare da casa o da remoto. Un riequilibrio salutare, quello nel rapporto tra vita e lavoro, rispetto agli eccessi delle generazioni precedenti. Ma anche tutto ciò finisce per contribuire alla perdita di centralità del lavoro e alla difficoltà a identificarsi con ciò che si fa. E persino a sentirsi parte di una comunità. Quella aziendale anzitutto e poi le più ampie: di mestiere, sindacali, fino alla rappresentanza politica. Per il voto non conta più il mestiere che si esercita, ma quanta insicurezza si prova. E a chi se ne attribuisce la colpa. Già sparite molte grandi fabbriche, in cui migliaia di operai condividevano la sorte, ora sono gli impiegati a incontrare fisicamente i colleghi solo 2-3 giorni a settimana. Certo, ci sono il commercio e le attività di cura e di istruzione che obbligano a stare assieme e a contatto con altre persone esterne all’impresa: clienti, pazienti, utenti. Ma a crescere sono le professioni di piccole monadi informatizzate. «Ognuno sta solo nel cuore del proprio appartamento, trafitto da un raggio di sole davanti al computer. Ed è subito sera», scriverebbe forse oggi il poeta.
D’altro canto, il lavoro va sempre più polarizzandosi. Da una parte quello manuale a bassa competenza o a elevato rischio che multinazionali e grandi marchi sub-sub-subappaltano ai più deboli. Immigrati sospesi sui ponteggi a costruire edifici con paghe decurtate o relegati in uno scantinato malsano a cucire borse vendute poi ad altissimo prezzo. Dall’altra parte, manager tanto apprezzati e pagati quanti più costi del personale riescono a tagliare, così da garantire maggiore soddisfazione agli azionisti. In una terra di mezzo, la ancora vasta schiera dei mestieri impiegatizi di amministrazione, segreteria, supporto tecnico e quant’altro occorre(va) per i servizi di funzionamento di un’impresa. Quelli oggi messi sotto ipoteca dallo sviluppo di automazione e Intelligenza artificiale generativa. Tanto che, a fronte di prepensionamenti sempre più diffusi, già si nota il mancato turnover con figure junior. E i giovani faticano così a maturare quell’“esperienza di almeno tre anni” che pure è richiesta nelle offerte di lavoro.
È presto per prevedere quale sarà davvero l’impatto dell’introduzione massiva dell’intelligenza artificiale nelle aziende. Il tecno-ottimismo del “si creeranno più posti di quanti ne verranno distrutti” lascia scettici. Occorre comprendere in quali ambiti possa tornare a svilupparsi il lavoro umano nell’era post-digitale. Con quale libertà dalle macchine e soprattutto per quale scopo. Sullo sfondo resta la domanda decisiva: “perché si lavora”? Per quale realizzazione, grande o piccola che sia? Per arricchire sé stessi o fantomatici azionisti? O non invece per continuare, ognuno nel proprio piccolo, ad essere utili agli altri, soddisfatti e felici anzitutto per questo contributo alla comunità degli uomini?
Tra incertezza e disincanto, il lavoro oggi non è più percepito come un fine. Ma rischia di non essere nemmeno un mezzo, il filo della necessaria relazione che ci lega l’uno con l’altro.

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