Che cos’è la «guerra cognitiva» e perché ha la fiducia nel mirino
Una strategia di disinformazione funziona anche senza imporre una versione dei fatti. Basta che renda difficile capire quali fonti siano affidabili e a cosa credere. L’obiettivo è il caos

Scrive Hannah Arendt in Truth and Politics (1967) che il fine ultimo della menzogna politica non è quello di convincere i cittadini a credere il falso, ma di renderli incapaci di distinguere il vero dal falso. La propaganda totalitaria, osserva, non punta all’assenso ma al disorientamento: il suo effetto più profondo non è una credenza sbagliata ma la dissoluzione stessa della capacità di credere. Sessant’anni dopo, quella diagnosi descrive con precisione geometrica il cuore della guerra cognitiva contemporanea. Si tratta di una forma di conflitto basata su operazioni di influenza condotte attraverso reti digitali, intelligenza artificiale e piattaforme social. Viene spesso presentata come una guerra alla verità. È una definizione parziale e, in qualche modo, fuorviante. Il suo obiettivo primario, infatti, non è sostituire un dato di realtà con una menzogna. E’ distruggere la fiducia che rende i fatti condivisibili. In questo senso la prima vittima della guerra cognitiva non è la verità, è la fiducia.
Questa distinzione è tutt’altro che irrilevante. La bugia, per essere efficace, deve essere creduta. Ha bisogno della fiducia altrui, anche se la sovverte. La guerra cognitiva, nella sua forma più evoluta, non mira a essere creduta, ma a rendere impossibile l’atto stesso del “credere”. Le tecniche documentate da Thomas Rid nel suo Misure attive (2022) – saturation bombing informativo, mescolanza sistematica di vero e falso, amplificazione artificiale della discordia – non producono una narrativa alternativa ma un rumore di fondo nel quale ogni narrativa si dissolve, quelle vere e quelle false allo stesso modo. Ladislav Bittman, già alto funzionario dei servizi segreti cecoslovacchi, citato da Rid, spiegava che la disinformazione efficace “deve rispondere almeno parzialmente alla verità”. È questa commistione calcolata tra elementi verificabili e invenzione che rende impossibile separare l’uno dall’altro. La fatica della verifica diventa essa stessa un’arma.
La fiducia non è un sentimento vago, è un’infrastruttura epistemica. Conosciamo il mondo non solo attraverso l’osservazione diretta, ma anche attraverso reti di testimonianza e credibilità che ci permettono di delegare parti della nostra conoscenza ad altri. Quando quella rete si deteriora, la conoscenza diventa inaccessibile, non perché i fatti scompaiono, ma perché non abbiamo più le coordinate per selezionare chi merita fiducia la nostra fiducia e chi no, in questo processo di comunicazione e informazione. E allora scegliamo di non fidarci più di nessuno. Maria Ressa, giornalista filippina e premio Nobel per la pace, ha condensato questo meccanismo in una formula precisa: «Senza fatti non puoi avere verità. Senza verità non puoi avere fiducia. Senza tutti e tre, non abbiamo una realtà condivisa». Ed è esattamente quella realtà condivisa, il terreno su cui si gioca la democrazia, il bersaglio della guerra cognitiva.
Ma c’è anche un secondo livello, più profondo, che spesso sfugge all’analisi. La guerra cognitiva non agisce solo sui singoli individui, sulle loro credenze e sulla loro capacità di valutare le fonti. Agisce anche sulla dimensione collettiva della deliberazione. Cioè sulla capacità di una comunità politica di pensare come un “noi”. Le democrazie non funzionano perché i cittadini sono individualmente informati. Funzionano perché esistono spazi deliberativi nei quali il dissenso può essere ricomposto attraverso prove verificabili e procedure riconosciute. È questa grammatica comune del confronto che la guerra cognitiva vuole minare alla radice.
Quando il flusso informativo viene saturato, quando ogni affermazione è immediatamente contraddetta e ogni fonte diventa sospetta, allora la deliberazione collettiva non si sposta su posizioni diverse. Semplicemente si inceppa. Non si litiga più su quale soluzione adottare, ma su quali fatti siano reali. Non si discute di politica, si discute di realtà. In quel passaggio la coesione sociale si sgrana. Le persone parlano all’interno di bolle separate, ciascuna con la propria grammatica dei fatti, incapace di riconoscere nell’altra un interlocutore legittimo. La comunicazione sopravvive ma la sua funzione di costruzione condivisa della realtà, no.
Questo sgretolamento del “noi” ha conseguenze istituzionali precise. Le istituzioni democratiche svolgono una funzione conoscitiva oltre che politica. Sono strutture deputate a stabilire cosa è accaduto, chi ha torto e chi ha ragione, quali norme si applicano. Questa funzione presuppone un accordo minimo sulla loro legittimità. Quando la guerra cognitiva erode la fiducia nelle istituzioni, non attraverso prove di corruzione, ma attraverso la saturazione di sospetti indimostrabili, esse non vengono conquistate, ma svuotate. Continuano a esistere formalmente, ma perdono la capacità di produrre una verità pubblica riconosciuta come tale. Ciò che rimane, quando la fiducia si è dissolta, non è il caos, ma una condizione ideale per l’instaurarsi di un potere che non ha bisogno di legittimazione, perché ha eliminato il tribunale davanti al quale dovrebbe rispondere. In un ecosistema informativo nel quale nessuno si fida di nessuno, l’unica credibilità che sopravvive è quella che può essere imposta dalla forza. La guerra cognitiva non è un’alternativa al potere autoritario, ne è la sua precondizione.
La democrazia presuppone quindi qualcosa di più della possibilità di votare. Presuppone che cittadini in disaccordo possano continuare a riconoscersi come partecipanti allo stesso processo di formazione delle decisioni e possano discutere a partire da procedure comuni di accertamento. La fiducia richiesta non è fiducia cieca nelle istituzioni né consenso sui risultati. È la disponibilità a riconoscere che esistono modi pubblici, fallibili e contestabili per stabilire fatti e correggere errori. Quando questa fiducia viene meno, il disaccordo cambia natura. L’avversario non sbaglia più: mente necessariamente. La fonte contraria non è semplicemente discutibile, ma diventa illegittima. È così che l’attacco alla fiducia pubblica diventa un attacco alla capacità di una comunità politica di continuare a pensarsi come un “noi”.
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