Come mai i media laici si interessano tanto al trascendente?
Ultimamente tre testate giornalistiche hanno trattato argomenti legati alla fede e alla pratica religiosa. Solo un caso? Una ricerca che dimostra una tensione che resiste nell'umano ma anche la necessità di trovare parole nuove per parlare di Dio

Per Agatha Christie «una coincidenza è una coincidenza, due sono un indizio, tre sono una prova». La celebre frase della giallista britannica mi è tornata in mente davanti a una singolare congiunzione “astral-giornalistica”, che ha visto tre media laici, nell’arco di pochi mesi, occuparsi di temi religiosi. Un paio di settimane fa Il Post ha pubblicato, con Iperborea, l’ultimo volume della serie “Cose spiegate bene”, dedicato alla Chiesa cattolica. Titolo: “La più grande organizzazione del mondo”. L’ex direttore Luca Sofri motiva così la scelta del tema-Chiesa: «Conoscere i suoi riti, i suoi poteri, le sue storie, le sue economie, i suoi cambiamenti storici (senza avventurarsi nei misteri della fede, misteri per definizione) permette di conoscere dei gran pezzi della storia del mondo, con quello che la conoscenza offre alla utile comprensione della realtà». Si potrebbe osservare che pretendere di capire la Chiesa «senza avventurarsi nei misteri della fede» è una mission pressoché impossible . Ma tant’è. Prima dell’estate era toccato a Millennium , diretto da Peter Gomez, uscire con un numero sostanzialmente monografico dedicato nientemeno che a “Tutte le prove dell’esistenza di Dio”. Una decisione, anche questa, del tutto inedita, tant’è che, in un video su YouTube, Gomez quasi si scusava: «Non siamo impazziti, non siamo diventati dei baciapile». Al mensile del Fatto quotidiano interessava mettere a fuoco quello che viene definito «un paradosso», ovvero il fatto che – cito il comunicato di presentazione – «in quest’epoca tecnologica e materialistica il dibattito è delegato agli “addetti ai lavori”, ma proprio le scoperte scientifiche più avanzate fanno rientrare Dio dalla finestra. Teoria del Big Bang, meccanica quantistica, studi sull’origine della vita sulla Terra mettono in discussione le certezze deterministiche, aprono scenari imperscrutabili con gli strumenti e con le conoscenze attuali».
Voci di esperti e studiosi agli antipodi fra loro si alternano pagina dopo pagina: accanto a un faccia a faccia tra Jacopo Fo e Piergiorgio Odifreddi, ecco un’intervista all’imprenditore Olivier Bonassies, coautore del best seller Dio. La Scienza. Le prove. Ancora: l’ultimo numero di Volume , il magazine trimestrale di Chora, è incentrato sui miracoli. Spiega l’ormai ex direttore Mario Calabresi: «Siamo cresciuti con l’idea religiosa del miracolo, ci siamo formati con quelli compiuti da Gesù, abbiamo studiato il “miracolo economico” e ora siamo circondati da farmaci miracolosi, da algoritmi che miracolosamente intuiscono i bisogni. La domanda è: cosa sono oggi i miracoli?». La risposta va in una direzione che, benché interessante, di soprannaturale non ha granché: «Miracolo, a ben vedere, è ciò che il cinismo del mondo ci nasconde». Come leggere i tre esempi citati? A me pare che emergano un fatto e una domanda. Il fatto incontrovertibile è che l’attenzione ai temi legati alla fede, in generale alla dimensione del trascendente rimane ineliminabile, anche in tempi nei quali l’uomo si pensa definitivamente “emancipato”. Anzi: forse ciò accade ancora più oggi, in un’epoca in cui l’ homo faber ha realizzato tanti paradisi e altrettanti inferni sulla terra.
La domanda, invece, potrebbe essere formulata così: se tre testate laiche provano a spiegare temi religiosi alle masse, non è forse anche perché tante persone in Italia non possiedono più una grammatica elementare della fede? Infine: se rimane un’inconsapevole nostalgia del Mistero ma mancano le parole per dirlo, ciò non interpella anche la responsabilità dei credenti su come comunicare le “cose di Dio” in modo credibile e convincente? Suona più attuale e provocatorio che mai l’appello della poetessa, mistica e missionaria Madeleine Delbrêl: «Non possiamo parlare della vita con parole morte».
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