L'illusione della coincidenza
Il caso distribuisce le carte senza preoccuparsi dell’equità; noi proviamo a costruire la nostra partita

Quando accade qualcosa di improbabile, diciamo: “Non può essere un caso”. In genere lo diciamo proprio perché potrebbe esserlo, ma la coincidenza ci sembra troppo precisa per non contenere un messaggio. Incontriamo una persona alla quale stavamo pensando. Apriamo un libro sulla pagina che sembra parlare esattamente di noi. Perdiamo un treno e, sul successivo, conosciamo qualcuno che cambierà la nostra vita.
Il caso ci affascina quando produce un incontro felice e ci risulta intollerabile quando porta una perdita. Per la fisica classica, il mondo era immaginato come una grande macchina. Se avessimo conosciuto perfettamente la posizione e la velocità di ogni particella e tutte le forze in gioco, avremmo potuto in linea di principio calcolare il futuro. Ciò che chiamavamo caso sembrava dipendere soltanto dalla nostra ignoranza o dall’eccessiva complessità dei calcoli.
Quando lanciamo una moneta, per esempio, il risultato non nasce necessariamente da una casualità fondamentale. Dipende dalla forza del lancio, dalla rotazione, dall’aria, dalla superficie sulla quale cade. Non riusciamo a controllare tutti questi elementi e trattiamo il risultato come casuale.
La meccanica quantistica ha introdotto qualcosa di più radicale. In molti processi possiamo calcolare con estrema precisione le probabilità dei risultati, ma non prevedere il singolo esito. Possiamo sapere, per esempio, con quale probabilità un nucleo radioattivo decadrà in un certo intervallo di tempo, ma non indicare l’istante preciso in cui decadrà quel singolo nucleo.
Non è semplicemente un difetto dei nostri strumenti. Nella descrizione quantistica standard, la probabilità appartiene al modo stesso in cui la natura si manifesta. Albert Einstein era profondamente insoddisfatto. La sua celebre affermazione secondo cui Dio non gioca a dadi esprimeva il rifiuto dell’idea che la casualità fosse fondamentale. Niels Bohr gli rispose, in sostanza, che non spettava a noi dire a Dio come dovesse governare il mondo. Anche i grandi fisici, evidentemente, sapevano discutere senza limitarsi a mettere una faccina passivoaggressiva.
Gli esperimenti successivi hanno confermato con straordinaria precisione le previsioni della meccanica quantistica e hanno messo in crisi l’idea che dietro i risultati esistano semplicemente proprietà locali già definite che noi ignoriamo.
Ma il caso non significa che tutto sia possibile e che non esistano leggi. Le probabilità quantistiche seguono regole matematiche rigorose. Non possiamo prevedere il risultato singolo, ma possiamo prevedere la distribuzione di molti risultati.
Anche nella vita, caso e scelta si intrecciano. Non scegliamo dove nascere, molte persone che incontriamo, gli eventi che ci colpiscono. Ma possiamo scegliere, almeno in parte, che cosa fare con ciò che è accaduto. Il caso distribuisce le carte senza preoccuparsi dell’equità; noi proviamo a costruire una partita.
La scienza non può dirci se una coincidenza possieda un significato personale. Può però insegnarci che un evento raro non è per questo impossibile e che, in un mondo con miliardi di persone e occasioni, anche le coincidenze sorprendenti prima o poi accadono. Questo le rende meno preziose? Forse no. Un incontro può essere casuale nella sua origine e decisivo nelle conseguenze. Il caso può aprire una porta. Siamo noi, poi, a decidere se attraversarla. Qual è il più bell’incontro casuale che vi sia capitato?
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