Alan Turing, la dignità e il codice
Turing ci ricorda che il progresso tecnico non coincide automaticamente con il progresso morale. E che una società capace di costruire macchine universali può essere ancora incapace di accogliere la differenza umana

Proseguo la mia carrellata di scienziati e scienziate della storia. Li studio negli archivi mentre scrivo i miei libri, e in questo spazio prezioso nel web mi fermo su di loro per cercarne la spiritualità. Perché io la mia la sto ancora cercando, e da fisica non posso far finta che questa domanda non esista. Oggi vi parlo di Alan Turing.
Alan Turing ha formalizzato il concetto di algoritmo con la macchina che porta il suo nome, ha posto le basi teoriche dell’informatica moderna e ha contribuito in modo decisivo alla decifrazione dei codici Enigma durante la Seconda guerra mondiale. Prima ancora che esistessero i computer come li conosciamo, Turing immagina una macchina astratta capace di eseguire istruzioni elementari una dopo l’altra. Sembra un’idea semplice, quasi ingenua: leggere un simbolo, scriverne un altro, spostarsi di una posizione. Eppure dentro quella semplicità c’è il fondamento di tutto il mondo digitale. Ogni software, ogni algoritmo, ogni intelligenza artificiale è figlia di quella macchina teorica. Turing fa un’altra domanda, ancora più disturbante: una macchina può pensare? Non la pone in termini metafisici, ma operativi.
Se un interlocutore non riesce a distinguere le risposte di una macchina da quelle di un essere umano, allora cosa significa davvero “pensare”? Non è provocazione, è rigore. È il tentativo di spostare la domanda dall’essenza al comportamento. Ma la vita di Turing non è solo matematica. Dopo aver contribuito in modo decisivo alla vittoria contro il nazismo, viene perseguitato dal suo stesso Paese per la sua omosessualità. Sottoposto a castrazione chimica, isolato, umiliato.
La sua mente è considerata geniale quando serve, deviante quando non rientra nella norma sociale. Qui la sua spiritualità si fa dolorosa. Turing ci ricorda che l’intelligenza non garantisce giustizia. Che il progresso tecnico non coincide automaticamente con il progresso morale. E che una società capace di costruire macchine universali può essere ancora incapace di accogliere la differenza umana.
L’insegnamento universale è doppio: da un lato, la mente può creare strumenti potentissimi partendo da gesti elementari. Dall’altro, nessun algoritmo può sostituire la dignità. Oggi che viviamo immersi nell’intelligenza artificiale, la domanda non è solo cosa possono fare le macchine. È cosa vogliamo fare noi con esse. E soprattutto: che idea di umano stiamo programmando nel codice? E allora la domanda, semplice e diretta: quando giudicate qualcuno, lo fate con la logica di un algoritmo o con la complessità di una coscienza? E siete sicuri che il progresso che amate sia anche progresso per tutti? Se vi va, scrivetemi a interferenze@avvenire.it: leggerò tutte le vostre risposte.
Alan Turing ha formalizzato il concetto di algoritmo con la macchina che porta il suo nome, ha posto le basi teoriche dell’informatica moderna e ha contribuito in modo decisivo alla decifrazione dei codici Enigma durante la Seconda guerra mondiale. Prima ancora che esistessero i computer come li conosciamo, Turing immagina una macchina astratta capace di eseguire istruzioni elementari una dopo l’altra. Sembra un’idea semplice, quasi ingenua: leggere un simbolo, scriverne un altro, spostarsi di una posizione. Eppure dentro quella semplicità c’è il fondamento di tutto il mondo digitale. Ogni software, ogni algoritmo, ogni intelligenza artificiale è figlia di quella macchina teorica. Turing fa un’altra domanda, ancora più disturbante: una macchina può pensare? Non la pone in termini metafisici, ma operativi.
Se un interlocutore non riesce a distinguere le risposte di una macchina da quelle di un essere umano, allora cosa significa davvero “pensare”? Non è provocazione, è rigore. È il tentativo di spostare la domanda dall’essenza al comportamento. Ma la vita di Turing non è solo matematica. Dopo aver contribuito in modo decisivo alla vittoria contro il nazismo, viene perseguitato dal suo stesso Paese per la sua omosessualità. Sottoposto a castrazione chimica, isolato, umiliato.
La sua mente è considerata geniale quando serve, deviante quando non rientra nella norma sociale. Qui la sua spiritualità si fa dolorosa. Turing ci ricorda che l’intelligenza non garantisce giustizia. Che il progresso tecnico non coincide automaticamente con il progresso morale. E che una società capace di costruire macchine universali può essere ancora incapace di accogliere la differenza umana.
L’insegnamento universale è doppio: da un lato, la mente può creare strumenti potentissimi partendo da gesti elementari. Dall’altro, nessun algoritmo può sostituire la dignità. Oggi che viviamo immersi nell’intelligenza artificiale, la domanda non è solo cosa possono fare le macchine. È cosa vogliamo fare noi con esse. E soprattutto: che idea di umano stiamo programmando nel codice? E allora la domanda, semplice e diretta: quando giudicate qualcuno, lo fate con la logica di un algoritmo o con la complessità di una coscienza? E siete sicuri che il progresso che amate sia anche progresso per tutti? Se vi va, scrivetemi a interferenze@avvenire.it: leggerò tutte le vostre risposte.
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