Imparare ad attendere ciò che tarda a venire

XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Google preferred source
November 5, 2026
«Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: “No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”». [...] Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Arriva la notte, ed è notte anche per noi e ci è concesso il sonno, il riposo che avvolge il corpo e gli occhi, che si stende su noi e ci accarezza con il suo ristoro. Arriva la notte sulle nostre attese, sui nostri sogni, sui nostri desideri: possiamo distenderci, possiamo riprendere le forze. Interminabile notte, quando Dio sembra tardare. La differenza la fa quel poco di olio preso di riserva, per prudenza, “perché non si sa mai …”, che rende le cinque più scaltre delle altre. Un poco d’olio da tenere tutto per sé, nella solitudine dell’attesa. Ci sono cose che non si possono scambiare e che nessuno può vivere al nostro posto, come quel poco di luce da custodire o da sperare e che servirà a nutrire il nostro attendere. Potrebbe essere un saggio sull’attesa questo brano di Vangelo: «Vegliate, perché non sapete né il giorno, né l’ora», di quel modo tutto particolare, cioè, di rendere presenza l’assenza, di restare sulla soglia ad aspettare, a guardare come sentinelle. «Non sapendo quando l’alba verrà, apro tutte le porte», scrive Emily Dickinson, che è come dire: sveglio i sensi, tendo tutto il mio corpo verso ciò che sta per arrivare, verso ciò che mi manca. Che poi è come posare lo sguardo sul niente: quante volte li abbiamo vissuti quegli attimi sospesi, quella frenesia di una telefonata che non arriva, di un messaggio che tarda, di un andare incessante verso la finestra a scostare le tendine. Una sospensione, questa è l’attesa, un tempo notturno in cui tutto deve ancora accadere, un tempo di lontananza e di spasimo. «Chi non conosce l’attesa non sa nulla dell’amore», scrive Rilke. Tempo materno allora, in cui si custodisce quel che ancora non c’è: l’amore ci riesce a renderlo vivo e presente, l’amore sa come si fa.
Lo vedete quel Padre che stava sul balcone ad aspettare quel figlio scavezzacollo che aveva messo chilometri di distanza, di lontananza tra lui e la sua casa? Lo vedete salire sul terrazzo a scrutare quella distanza, quella lontananza ogni giorno, ogni notte, a ripetersi: «Sta a vedere che proprio oggi… non si sa mai»? Con la stessa speranza, con lo stesso sguardo di pazienza e trepidazione verso ciò che può sembrarci solo un’ombra dovremmo saper attendere questo Dio che tarda a venire. «Quando era ancora lontano il Padre lo vide e gli corse incontro». Ecco, così: da lontano.
(Letture: Sap 6,12-16; Sal 62; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi