Friuli, 1976 - Certi uomini

Dal sisma visto dal divano di Milano alle macerie di Gemona e alla lenta rinascita del Friuli, il racconto scopre che della terra non ci si può fidare, ma sì della tenacia silenziosa di certi uomini.
February 3, 2026
Ero seduta sul divano a Milano, al sesto piano, e di colpo avvertii che la parete dietro di me si muoveva, oscillando a destra e sinistra. Balzai in piedi: «Papà, il terremoto!». Lui stava già telefonando al suo giornale: buttò due cose dentro una valigia, prese la sua Olivetti Lettera 32 e corse via. «In Friuli», disse soltanto. Vidi in tv la devastazione, i morti, le macerie. Come una fine del mondo. Mesi dopo chiesi a mio padre di accompagnarlo: tornava lassù a scrivere di ricostruzione.
Mi portò nella piazza di un paese, credo fosse Gemona: era sommersa dalle pietre candide del campanile, completamente crollato. Quella montagna di macerie abbaglianti mi restò indelebile negli occhi. La terra che si rivolta, che dopo secoli di docilità disarciona le città, e gli uomini sulla sella. Nemmeno della terra ci si può fidare, mi dissi attonita. Ma attorno a me vedevo un via vai di operai e di alpini, un laborioso trasportare travi, mattoni, calce. Mio padre, una mappa in mano, discuteva con dei geometri di come destinare i fondi raccolti dal suo giornale.
Tornò lassù molte volte. Ogni volta trovava una casa, una scuola che rinasceva. Come un grande ospedale il Friuli. Uomini silenziosi, ogni mattina ciascuno con gli attrezzi in mano. Della terra, no. Ma di certi uomini ci si può fidare.

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