Silenzio dissenso
di Gioele Dix
Un viaggio in auto, una ragazza chiusa nelle sue cuffie e il ricordo improvviso di quando, a quattordici anni, anche il silenzio era un modo per crescere
Breve cronaca di un viaggio in auto. Passeggeri: mia figlia al mio fianco e sua figlia quattordicenne – mia nipote – seduta dietro. La osservo dal retrovisore mentre chiacchiero con sua madre. Tiene gli occhi chiusi. Mi domando se stia dormendo. Dal volume che ha in cuffia pare impossibile. Ma è probabile abbia imparato a rendersi impermeabile alla realtà, anche grazie a più di settemila ore ininterrotte di musica compresse nella memoria del suo telefono. Per amore di paradosso, penso che potrebbe addirittura raddoppiarle se alla fine decidesse di riascoltare la compilation tutta da capo.
«Sei con noi?» le chiede severa mia figlia. La ragazza non risponde. Forse non ascolta o più facilmente non vuole ascoltare. Il suo silenzio mi fa ricordare che in un tratto di vita sono stato così anch’io, ostile e taciturno, in polemica perenne coi miei genitori che non sopportavano il mio sguardo perso nel nulla, a loro dire. Invece io mi sentivo pienamente presente a me stesso e volevo soltanto crescere senza interferenze da parte di adulti noiosi e inadeguati, a mio dire. A quattordici anni si può essere fragili, ma pure parecchio presuntuosi. «Lasciala stare» bisbiglio a mia figlia. «Grazie del sostegno» mi fulmina lei. Nello specchietto intravvedo un sorriso. Ero certo che ascoltasse.
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