Quando mia figlia era piccola, mi spendevo con passione per raccontarle la fiaba della buonanotte. Assistere ogni sera al miracolo – il suo passaggio dalla veglia al sonno in due secondi netti – era impagabile. Certo, non sapevo quando sarebbe accaduto, ma nel frattempo consolidavo un appuntamento che piaceva a entrambi: a lei che seguiva le mie parole con la concentrazione dovuta a una liturgia irrinunciabile, a me che potevo provare a sorprenderla con scenari fantastici. In teoria, perché nei fatti ogni genere di invenzione era bandita.
Si sa che i bambini sono conservatori e lei non faceva eccezione. La fiaba doveva essere sempre la stessa, guai a cambiare fatti, personaggi, ambientazioni. A peggiorare le cose il mio peccato di presunzione, ossia non ricorrere a una rodata favola della tradizione, tipo Pollicino, il Gatto con gli stivali, Cenerentola, ma raccontarle una storia di fantasia, frutto della mia immaginazione creativa. E non essendo quasi mai in grado di ricordare ogni dettaglio, mi toccava pure l’umiliazione di venire trattato da incompetente. “Papi, non la sai!” Rischi del mestiere di narratore, però ne valeva la pena. Chissà quanti papà oggi sarebbero disposti a mettersi alla prova. Molto più rapido e pratico un video di cartoni sul telefonino. Peggio per loro.
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