Mi ritrovo fra le mani una foto di mio padre da giovane con un binocolo al collo. Sul retro c’è una data – faccio i conti, aveva ventiquattro anni – e un luogo, Capo Nord. Si tratta dunque del mitico viaggio di cui parlava spesso, con l’entusiasmo di chi avrebbe voluto fare sul serio il giro del mondo in ottanta giorni. Osservo il suo abbigliamento, poco pratico ma elegante, come si usava un tempo per i viaggiatori più disinvolti. E osservo il suo sguardo fiero, con una punta di ironia che sembra sfidare il fotografo. Mi viene di parlargli, come se potesse sentirmi.
Caro papà, combinato così non ti ho mai conosciuto, ma gli occhi sono gli stessi che pochi anni dopo mi avrebbero fatto un po’ paura. Non mi hai mai torto un capello, ma sapevi come farti rispettare, bastava una delle tue famose occhiatacce. Oppure quel terribile pugno sul tavolo che finiva immancabilmente per farmi piangere. Poi per fortuna ti sei addolcito. Mai amici io e te, ci mancherebbe. Però vicini da adulti, anche complici. Negli ultimi tempi è stata dura, eri immerso in un mondo tutto tuo e non sapevo più come comunicare con te. Sei andato via in silenzio e non ci siamo nemmeno salutati. Ma so bene che non è stata una tua scelta. Se ti va, ora punta qui il binocolo che ti faccio almeno un cenno con la mano.
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