La parabola dei jeans
di Gioele Dix
Una parabola perfetta della finanza contemporanea: il valore cresce mentre la realtà scompare. Finché qualcuno apre il container
Mio nonno, una vita nel commercio internazionale della seta, raccontava una vecchia storiella che girava nel mondo degli affari. Smith telefona ad Auster: ho cinquemila jeans in un container ad Anversa, ottima merce, te li do a cinque dollari al paio. Affare fatto. Auster, appena riattaccato, chiama Grusin: ho una partita di jeans eccellenti, tuoi per sette dollari.
Affare fatto. Grusin chiama McFarland: nove dollari. McFarland chiama Brown, e così via, finché i jeans, passando di telefonata in telefonata, arrivano a diciotto dollari al paio senza che nessuno li abbia mai visti. L’ultimo della catena, Durkan, che abita vicino ad Anversa, decide di andare a dare un’occhiata al suo acquisto. Apre il container, sfila un paio di jeans e scopre che ha una gamba sola. Ne prende un altro, una gamba sola. «Tutti così», conferma il magazziniere. «Ma come si fanno a mettere?» chiede allibito Durkan. E il magazziniere, serafico: «Questi non sono jeans da mettere, sono jeans da vendere».
Ridevo ogni volta godendomi il paradosso, ma oggi capisco che non si trattava di barzelletta, ma di premonizione. Titoli, case, merci, criptovalute, tutto passa di mano in mano gonfiandosi di prezzo. E attenzione a rispondere ai numeri sconosciuti: potrebbero provare a venderti le altre cinquemila gambe.
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