Così il Beccaria prova a ripartire dopo il giro di vite dell'inchiesta
Viaggio all'interno dell'istituto minorile di Milano che ha appena cambiato i vertici e dove un terzo dei 56 giovani reclusi ha patologie psichiatriche

Ah, ecco che fine hanno fatto i palloni calciati e perduti oltre i campi da gioco dell’innocenza. Sono tutti qui, infilzati come insetti sul reticolato di filo spinato e sospesi sul muro che divide il dentro dal fuori. «Non potendo avere la libertà, la regalano ai palloni. Ne dobbiamo comprare sempre di nuovi», spiega la direttrice del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano Eleonora Cinque. Qualcuno nella sua furia liberatoria ha lanciato anche le scarpette che penzolano dai pali del reticolato. I televisori si limitano a distruggerli, senza metterci poesia, quando le giornate si fanno di lunghezza insostenibile. Come in questi giorni d’agosto, con il caldo che non molla la presa da ormai quasi tre mesi e le attività tagliate per le ferie del personale. Qualunque cosa allora può diventare una novità per mandar giù il tempo raffermo, persino gli estranei di passaggio. Avvocati della camera penale, giornalisti e politici in visita: sono pur sempre emissari del mondo fuori di qui. I ragazzi ci sentono da dietro la porta blindata e mollano la partita per infilare le teste nei rettangoli di vetro tra le sbarre a osservarci, facendosi ombra con le mani sul capo. «Si può?...non si può?». La comandante della penitenziaria fa scattare la serratura. Il più grande rimane seduto di spalle, in pantaloncini. Lungo le cosce è solcato di tagli, come se ci fosse finito anche lui dentro il filo spinato insieme al pallone. «È arrivato così. Ha detto che è stata una mattonata. Figurarsi. Chissà com’è andata veramente. Ci sono anche quelli che si tagliano qui dentro comunque. E il peggio è che vengono imitati anche da chi non ha mai fatto atti di autolesionismo», spiega la comandante Iolanda Tortù. «Rivoltiamoci!», urlano dalle inferriate di sopra, creando aspettative. «Dopo! Lasciateci prima finire qui», replica flemmatica la comandante. Lei e la direttrice sono le due figure scelte per ripartire e gettarsi alle spalle l’inchiesta sulle violenze e le torture nel Beccaria. La comandante è una figura di lungo corso: è stata agente qui, prima del periodo d’inchiesta. Poi, promossa dirigente, è andata a Bollate, prima di tornare al Beccaria. «Sono tornata per ridare dignità a questo posto che mi ha dato molto», dice Tortù, che dirige i 103 agenti che sorvegliano i 56 minori ristretti. Che sono i posti disponibili (57). Quindi non c’è sovraffollamento: la prima mossa per poter lavorare bene è stata infatti abbassare i numeri dei detenuti. Circa un terzo ha problemi di dipendenze o psichiatrici. O entrambi. La tendenza è in crescita, come dappertutto. «Arrivano che ricorrono spesso al sollievo», conferma la direttrice Cinque, che ha 33 anni e ha già in curriculum la direzione di due carceri minorili, essendo una delle poche figure specializzate nel dirigere gli Ipm (lavoro diverso rispetto a quello nelle carceri).
Entrambe pensano che la prima cosa è credere nel loro lavoro. «La sfida più grande è trovare dei rappresentanti dello Stato che siano credibili. Anche perché ai ragazzi non interessa che ruolo hai, chi sei... a loro importa che li si veda, che li si riconosca, e che ti curi di loro. Non hanno sovrastrutture e capiscono tutto subito. Perciò è bellissimo lavorare con loro».
Si passa al laboratorio teatrale gestito dal Lisa Mazoni, del teatro Puntozero, che è destinato a chi è in regime di semilibertà. Siamo già con un piede fuori dal carcere. Lo si intuisce anche dal fatto che qui c’è l’aria condizionata. I ragazzi stanno preparando diversi lavori. Ma in cartellone c’è sempre anche Antigone. È stata scritta quasi 2.500 anni fa in Grecia, non la legge quasi più nessuno che non debba dare un esame, parla della ragione del cuore che supera il giudizio dello Stato. E i ragazzi del Beccaria la considerano l’opera più bella di sempre.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





