C’è un piccolo episodio nella eroica biografia di Noè che mi tocca nell’intimo. Mi riferisco al passaggio in cui, dopo l’impresa dell’arca, il patriarca “si ubriacò e si scoperse dentro la sua tenda” (Genesi 9, 21). Un atto letteralmente scostumato, con il quale egli mostra la sua fragilità di uomo anziano. Il comportamento di due dei suoi figli è esemplare: sollevano un largo mantello e camminando all’indietro ricoprono la sua nudità.
Una sorta di stilizzata pantomima che ricorda certe performance di danza contemporanea. E che racconta la cura con la quale per un figlio è possibile – e aggiungerei doveroso – proteggere la dignità del padre agli occhi del mondo, ma anche ai propri. Un gesto commovente che mi fa tornare con la memoria a quando il mio, uomo solido e strutturato, cominciò a manifestare incrinature nel suo universo razionale. Io capivo, ma minimizzavo.
Diciamo pure che negavo e che lo facevo un po’ per lui e un po’ per me. Ci fu poi una notte davvero difficile in cui voleva assolutamente partire e rimanemmo parecchio in piedi sulla porta, lui pronto con tanto di cappotto addosso. Con fatica lo convinsi a tornare a coricarsi. Al mattino non ricordava nulla. E io non ne feci parola con nessuno. Il mio silenzio fu come stendere un mantello per ripararlo dal male.
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