Quando ero un giovane attore passavo interi pomeriggi con l’orecchio teso al telefono nella speranza di una chiamata (comunque mai rispondere al primo squillo, potrebbero pensare che non hai niente da fare, ossia la verità). Fuori casa usavo il richiamo a distanza, un aggeggino col quale produrre un suono dopo il bip della segreteria telefonica. In pratica, ascoltavo compulsivamente la mia voce registrata che invitava a lasciarle un messaggio, un surreale dialogo con me stesso indotto da una tecnologia strabiliante per allora.
Altri tempi, un’era geologica fa, quando toccava sopravvivere anche senza essere reperibili. Naturalmente speravo nella grande occasione: un regista famoso, un teatro importante che cercassero l’esordiente di talento da lanciare come protagonista. E nel frattempo ero tentato di declinare proposte che non mi sembravano all’altezza. Un atteggiamento fra temerarietà e incoscienza al quale per mia fortuna non ho permesso di prevalere.
Torna alla mente il tenente Drogo, colui che Dino Buzzati ci descrive in attesa perenne dei tartari, e quella sua “oscura certezza che il buono della vita fosse ancora da cominciare”. Bisogna saper aspettare, ma senza chiudersi nella Fortezza. Prima o poi, magari camuffata da occasione minore, la buona sorte ti fa uno squillo.
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