E spararono al cantautore
Da Tondelli ai cantautori diventati romanzieri: una riflessione critica sul declino della letteratura italiana e della canzone d’autore
Nel 1974 -lo leggo in Codice Tondelli (2025) di Giulio Milani- Pier Vittorio frequentava l’ultimo anno di liceo e faceva il catechista «sotto l’ala protettrice di don Romano, un giovane prete dal sorriso aperto e dalle idee forse troppo avanzate per quei tempi». Sono gli anni in cui Tondelli ascoltava le canzoni di Claudio Lolli e Francesco Guccini e credeva nella Letteratura come chiave d’accesso alla decifrazione di sé, del giovane scombuiato ancora alla ricerca delle proprie verità. Quegli stessi cantautori che, qualche decennio dopo, non soddisfatti del loro grande (e meritato) successo di parolieri in musica ‒ non diciamo poeti, per favore ‒ si sarebbero cimentati in folta schiera col romanzo: i già citati Lolli e Guccini, ma anche ‒ per ricordarne solo qualcuno ‒ Roberto Vecchioni, Vinicio Capossela, Ligabue.
I risultati sono stati spesso imbarazzanti, ma, in forza del generale e progressivo degrado della letteratura italiana contemporanea, sempre più politicamente corretta e pedagogicamente impegnata, quasi nessuno se ne sarebbe accorto. Anzi: i cantautori ‒ soprattutto quelli meno schivi ‒ divennero le star dell’opinionismo televisivo di successo. Risultato? La penuria endemica, se non epidemica, di buoni romanzi e di buone canzoni. Quasi tutto finito.
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