Viva Unamuno
Il coraggio di Miguel de Unamuno contro il franchismo e la sua lezione ancora attuale: nessun popolo può salvarsi da solo, perché la redenzione nasce dall’incontro con gli altri
C’è un episodio nella vita di Miguel de Unamuno che vale la pena di ricordare. Siamo nel 1936, il filosofo ha 72 anni ed è appena tornato dall’esilio. Sta pronunciando la sua prolusione all’università di Salamanca, quando viene interrotto da un seguace del generalissimo Franco. Che urla: «Viva la morte». Unamuno reagisce con grande coraggio contro il «necrofilo» provocatore. Si incaricherà lo stesso Franco di rimuoverlo dall’incarico accademico: anche se Unamuno morirà due mesi dopo, il 31 dicembre dello stesso anno.
In una bella raccolta di saggi apparsa nel 1902 Cultura e nazione e curata anni fa in italiano da Enrico Lodi per l’editore Medusa, trovo una notevole riflessione sull’identità della Spagna ma anche un atto d’accusa tra i più lucidi che siano stati mai scritti contro la degradazione gerontocratica del Potere. In quel 1936 le milizie fasciste e nazionaliste di Franco s’apprestavano alla resa dei conti con i rossi. Unamuno aveva capito tutto già molti anni prima, quando scriveva: «lo sviluppo dell’amore per il proprio campanile è fecondo e sano solo quando va di pari passo con quello per la patria universale umana (…). Non c’è idea più diabolica di quella dell’autoredenzione, gli uomini e i popoli si redimono a vicenda».
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