Se il dissenso è un esercizio di tolleranza
Tra guerre, polarizzazioni e alleanze che si sfaldano, preferiamo interlocutori che confermino la nostra versione del mondo. E se provassimo, invece, a convivere con la distanza e l'alterità?

Not in my backyard. È la logica per cui le battaglie che siamo disponibili a sostenere sul piano dei principi diventano molto meno attraenti quando entrano nel nostro spazio d'azione, nel nostro giardino. Stuart Hall, teorico dei Cultural Studies all'Università di Birmingham, definiva questa dinamica una "posizione negoziata". Negli anni Settanta, in Gran Bretagna alla vigilia del tatcherismo, Hall – attingendo a Gramsci e alla riflessione postcoloniale – ha restituito dignità accademica alle culture popolari smontando l'idea della comunicazione mediatica come un processo lineare, in cui un significato passa semplicemente da un mittente a un destinatario. Non c’è niente di semplice in questo passaggio.
Al centro di questa riflessione c’è la categoria di agency che rende l’azione sociale di ogni individuo unica e originale. In quest’ottica, anche l’interpretazione dei messaggi avviene in modo originale a partire dalla propria storia sociale, culturale e di genere. Secondo Hall, la posizione negoziata descrive quel momento in cui condividiamo un principio generale, salvo opporci quando tocca direttamente la nostra vita, il nostro giardino: not in my backyard. Nello specifico, Hall porta l’esempio di come per molte persone in Gran Bretagna fosse possibile comprendere e accettare le politiche restrittive dei salari come misura per contenere l’inflazione e, contemporaneamente, mobilitarsi contro la stessa misura quando riguardava la propria categoria.
Tutto questo per arrivare alle contraddizioni del dibattito pubblico sull’uso dell’Intelligenza artificiale. Continuano ad affascinarmi le dinamiche proiettive che investono l'AI. Già Bruno Latour, e molte/i studiose/i che ne hanno raccolto l'eredità, hanno reso più porosa la separazione tra umano e tecnologico, parlando di reti di associazione che rendono difficile pensare l'uno senza l'altra. È ingenuo immaginare che l'Intelligenza artificiale sia semplicemente il prodotto del pensiero umano, perché l'umano stesso si è evoluto per millenni attraverso l'interazione con le tecnologie.
Colpisce, però, l’uso massiccio che facciamo di certe forme di AI come ChatGPT per mettere ordine nella complessità delle relazioni umane. Rivista Studio ha riportato una ricerca pubblicata da Futurism secondo cui, in un campione di coppie divorziate intervistate, il ricorso a ChatGPT tendeva soprattutto a confermare la visione dell'utente che lo interrogava. Come riporta l'articolo, «i modelli linguistici di grandi dimensioni hanno una propensione all'adulazione, tendendo a rimanere accondiscendenti e ossequiosi nei confronti dell'utente, indipendentemente dal fatto che quello che l'utente inserisce sia accurato o reale».
In un tempo attraversato da guerre, polarizzazioni e alleanze che si sfaldano, il dissenso è diventato così faticoso da farci preferire interlocutori che confermino la nostra versione del mondo, come uno specchio che ci restituisce un'immagine rassicurante di noi stessi. Ma uno specchio non è un interlocutore, e un algoritmo che ci conferma non ci rende più lucidi. Se Hall aveva ragione, i significati si costruiscono sempre nella negoziazione e, nelle nostre comunicazioni, c’è sempre uno scarto di incomprensione e di opaco che va tollerato. Cosa intendeva dire DAVVERO con quella frase? Fino in fondo, non lo sapremo mai. Quel che è certo è che ChatGPT lo potrà sapere meno di noi.
Il dissenso che tanto ci fa paura è un esercizio di tolleranza, di sospensione del giudizio, di accettazione dell’alterità. Invece è molto difficile di questi tempi accettare questa distanza, lo è tra Stati, tra genitori e figli, tra amici e compagni. La tua differenza interroga la mia identità, se tu sei diverso, chi ha ragione? Tutti e nessuno. Per questo è utile oggi più che mai non dimenticarsi di insegnare a tollerare il dissenso: tra di noi, con noi stessi e nelle piazze.
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