Parole e paure da campagna elettorale
La sicurezza sarà la parola chiave delle prossime amministrative. Ma il vero tema è un altro: non solo da cosa vogliamo proteggerci, ma che comunità vogliamo costruire.

Di che parole saranno fatte le prossime campagne elettorali per le elezioni amministrative? Ci siamo quasi.
Scrivo da Milano e mai come in questa città ho capito quanto, evocando un cortometraggio del Terzo Segreto di Satira, “è la giunta che conta”. Ogni amministrazione porta con sé un’idea di città e, quindi, di società, che condiziona le nostre vite. La politica cittadina, a suo modo, è entusiasmante: è concreta, quotidiana, piena di complessità.
La campagna elettorale porta con sé questo friccicore dell’inizio: progetti che cercano di diventare racconto, energie che tornano a circolare, alleanze possibili. È la politica.
Ed è anche un momento identitario. Gli anni passano e sulla scheda proiettiamo noi stessi, quelli che siamo diventati, con il bilancio delle nostre energie, del nostro ottimismo e delle nostre fatiche. Nell’incrocio tra calendario politico e calendario autobiografico, siamo diventati più propensi a farci convincere dalla proposta politica di un outsider oppure, con il passare degli anni, tendiamo a premiare l’esperienza di chi è già interno ai giochi?
Ci sono moltissimi temi su cui confrontarsi per le prossime candidate e i prossimi candidati. Come adattare le nostre città alla crisi climatica? Togliere cemento e piantare alberi? Pannelli fotovoltaici sopra le scuole e i tetti pubblici? Comunità energetiche, vicinati solidali, riduzione degli affitti brevi, sostegno all’edilizia popolare? Più supermercati o più cinema? Piscine pubbliche? Che rapporto vogliamo avere con i capitali stranieri?
E invece, la state sentendo in lontananza? Una parola che sta arrivando e che tra poco rischia di abbattersi su tutte queste domande come una lava immobilizzante. Forse ci farà passare l’estate, acquattata nel caldo, ma in autunno echeggerà ovunque.
Sicurezza.
Ah, la sicurezza.
Ne ho avuto un piccolo assaggio nella chat del condominio dove abito a Milano.
«Gentili Condomini, come da foto segnalo la presenza ingiustificata nei locali -1 di bancali, di pezzi di legno e di ferro. Rammento che lo smaltimento dei suddetti non è a carico del Condominio. Appellandomi al senso civico e al rispetto per questa comunità condominiale invito chi li ha depositati a riprenderli al più presto e a contattare l’Amsa.»
Chissà perché, in questi casi, il tono diventa immediatamente quello del giudizio universale. Tecnico e morale insieme. Del resto, quando mai nella vita vera "rammentiamo" qualcosa o ci appelliamo al senso civico nelle nostre conversazioni?
Passano i giorni.
«Nessuno ha mai risposto al gentile appello di R., ma oggi il materiale è aumentato con pezzi di parquet, una piastrella e una mensolina... C’è veramente da vergognarsi... Poi non stupiamoci se in strada troviamo materassi, sedie e altra roba abbandonata.»
Da un piccolo disordine si passa immediatamente al disordine della città, dalla piastrella alla crisi del senso civico, dal corridoio della cantina al destino della convivenza.
Qualche giorno dopo succede che un condomino se ne occupa: prende, porta via, risolve. Arrivano i ringraziamenti, il sollievo, la comunità che si ricompone davanti all’anonimo malfattore. Maschio, naturalmente. Nel linguaggio implicito dell’anonimato il colpevole è sempre un uomo. Anche questo dice qualcosa dei nostri piccoli pregiudizi culturali.
Ho pensato a La zona d’interesse, il film di Jonathan Glazer. Disturbante proprio perché racconta la normalità accanto all’abisso. Persone che curano il giardino, organizzano la casa, crescono i figli mentre, oltre il muro, partecipano attivamente allo sterminio. Il film racconta anche la straordinaria capacità umana di restringere il campo di ciò che sentiamo come nostra responsabilità.
Il balcone. La casa. Il condominio. Il quartiere.
Tutto ciò che è fuori può diventare lontano.
Per questo mi hanno colpito le parole pronunciate da Papa Leone a Lampedusa. Ha ricordato che nessuno è senza responsabilità e che ciascuno, nel proprio ambito, è chiamato a scegliere se alimentare la logica dell'indifferenza oppure quella della prossimità e della cura.
Forse anche il tema della sicurezza nasce qui. Non solo dal bisogno, legittimo, di protezione, ma dalla qualità dei legami che siamo capaci di costruire. Una comunità può essere molto ordinata, molto sorvegliata, perfino molto efficiente, e tuttavia profondamente insicura se i suoi membri smettono di sentirsi corresponsabili gli uni degli altri.
Forse le prossime campagne elettorali si giocheranno anche qui: non soltanto sulla paura di ciò che può accadere, ma sulla domanda più difficile. Che tipo di comunità vogliamo essere?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





