Che noia! O della paura di essere umani

I bambini ci ricordano che il "nulla da fare", cioè il vuoto, ci fa una paura incredibile. E infatti noi adulti preveniamo con una specie di moto perpetuo. Ma non è che così perdiamo un po' della nostra umanità?
Google preferred source
June 3, 2026
Che noia! O della paura di essere umani
Nel processo di iscrizione a una newsletter, a un certo punto mi è comparso un captcha: «Conferma che sei un essere umano». Non è difficile, ma la domanda posta così mi ha lasciata un attimo sospesa: in che termini una macchina chiede a me se sono umana? Intende in termini biologici? Allora sì, decisamente. Ho un corpo deperibile, sono mammifera, rientro nella specie degli animali umani. Tuttavia, la domanda suona un poco più perentoria e tra le lettere mi sento chiamata a un giudizio sulla mia condotta etica: sono abbastanza umana? Temo di no. Nella vita procedo con una gerarchia un poco spietata, con la priorità di assicurare intanto al mio nucleo ristretto di persone vicine sopravvivenza materiale e una discreta qualità di vita. Per la cerchia più allargata dell'umanità, invece, non mi sento di fare molto: qualche donazione a ONG, un po' di tempo speso nel volontariato, ma nessun atto particolarmente radicale per le cose in cui credo. Quindi forse non sono abbastanza umana. Probabilmente non riceverò mai quella newsletter, riservata a persone molto più umane di me.
Cosa ci rende umani? Conflitto, linguaggio, memoria, previsione, socialità, riproduzione, fragilità: sono tutte esperienze animali, ma non prettamente umane. Un'esperienza, più di altre, mi pare invece tutta umana: la noia. I bambini, forse lo sapete anche voi, attraversano una fase in cui verbalizzano molto esplicitamente il proprio disagio nell'annoiarsi: «Mi annoio, cosa faccio adesso?». Pongono la domanda in cerca di un obiettivo a cui dedicarsi, lanciano una richiesta di soccorso, una boa da raggiungere, perché da soli non riescono a intravederla. Gli adulti condividono la stessa angoscia del vuoto, ma hanno imparato ad attivarsi in tempo. Sono in controllo del proprio tempo molto più dei bambini e possono così riempirlo di attività, restando in un moto perpetuo.
Del resto, anche il nostro modello di sviluppo tollera male gli spazi vuoti. In urbanistica esistono i «vuoti urbani»: aree senza una funzione definita, percepite come anomalie temporanee in attesa di essere recuperate. Anche il tempo sembra dover avere sempre una destinazione d'uso. Persino il riposo viene giustificato come recupero delle energie necessarie per tornare a produrre. Eppure oggi la noia vive una curiosa rivalutazione. Viene consigliata come palestra della creatività, occasione di introspezione, antidoto all'iperstimolazione. Ma continua a sembrarmi che la accettiamo soltanto quando riusciamo a dimostrarne l'utilità. Per me la noia resta soprattutto il ricordo di certe domeniche in provincia, quando il tempo sembrava allungarsi fino a diventare quasi immobile. Non c'era niente da fare, e quel niente non produceva alcuna rivelazione. Era soltanto un pomeriggio interminabile.
L'antropologo Marc Augé osservava che il nostro tempo è segnato da un eccesso di avvenimenti, immagini e informazioni. Non viviamo nel vuoto, ma nel troppo pieno. Forse è anche per questo che la noia ci spaventa tanto: non perché sia frequente, ma perché è diventata rara. Compare solo quando si interrompe il flusso continuo di notifiche, commissioni, serie televisive, aggiornamenti e conversazioni.
E allora riaffiorano domande che normalmente teniamo occupate. Chi sono quando non sto producendo niente, consumando niente, rispondendo a nessuno? Sono davvero umana? Molte società hanno conosciuto attese, stagioni improduttive, pause rituali. Non le consideravano necessariamente un problema da risolvere. Noi invece sembriamo aver sviluppato una vera e propria paura dell'inazione. L'ozio va giustificato. Deve essere creativo, terapeutico, rigenerativo. Deve servire a qualcosa. Forse è proprio questo che ci mette in difficoltà. Non il vuoto in sé, ma l'idea che possa esistere un tempo che non serve a niente. Un tempo che non ci migliora, non ci rappresenta e non ci porta da nessuna parte. E che tuttavia resta lì, ostinatamente umano.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire