Maledette biciclette!

Quanta rabbia, soprattutto in citta', contro i ciclisti. Forse è una proiezione, oppure una forma di invidia, o una ferita narcisistica: l'automobile e' estensione dell'Io, che la bicicletta lascia a piedi
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July 21, 2026
Maledette biciclette!
Ciclisti al Tour de France 2026 / REUTERS
"Maledette biciclette!" È successo ancora: automobilista milanese reagisce male a una mossa impavida di un ciclista milanese. Non se la prende però con la persona, ma impreca contro il mezzo.
Da tempo mi interrogo sul perché la bicicletta sia diventata un oggetto capace di suscitare una rabbia così intensa e di caricarsi di un tale significato politico e sociale. La Lega, in particolare, e gran parte della stampa di destra ostentano un'insofferenza radicale verso le due ruote a pedali. Dall'altra parte, per una parte della sinistra la ciclabilità urbana è un vessillo da difendere con un fervore che ricorda le grandi utopie del Novecento. Perché questo sovraccarico emotivo? Perché la bicicletta, più di altri mezzi di trasporto, sembra obbligare a schierarsi?
In occasione dell'incendio nel deposito Bartolini del quartiere Dergano, un giornale è riuscito a titolare: "La ciclabile di Sala blocca i pompieri corsi a domare l'incendio di Bartolini", riferendosi al restringimento del cavalcavia Bacula dovuto alla realizzazione di una pista ciclabile richiesta dalla cittadinanza per almeno dieci anni. Un titolo esagerato e fuorviante, che trasformava un'infrastruttura in un colpevole. Dall'altro lato, l'antropologo Marc Augé, ne "Il bello della bicicletta", scrive: "La bicicletta è quindi mitica, epica e utopica. Diventa così il simbolo di un futuro ecologico per la città di domani e di un'utopia urbana in grado di riconciliare la società con se stessa." Anche qui, tanto. Forse troppo.
Da dove nasce questo eccesso di simbolismo? Augé parte da Miti d'oggi di Roland Barthes. Per Barthes il mito è un linguaggio che rende invisibile la propria natura ideologica: trasforma la storia in natura, facendo apparire come ovvio ciò che è in realtà una costruzione culturale. Il mito non descrive semplicemente il mondo: suggerisce un'interpretazione e la fa sembrare naturale. La bicicletta sembra possedere tutte le qualità dell'oggetto mitico. Può rappresentare l'élite urbana, il moralismo ecologista, il trasgressore delle regole; oppure, al contrario, il cittadino virtuoso, sostenibile e responsabile. In ogni caso, il ciclista reale scompare dietro una figura simbolica.
L'antropologia, però, non risolve del tutto la questione. Spiega il significato del simbolo, ma non l'intensità delle emozioni che suscita. Perché un semplice mezzo di trasporto diventa oggetto di adesioni così appassionate o di rifiuti tanto viscerali? In vista delle prossime elezioni amministrative a Milano, posso già immaginare la retorica del centrodestra: lo spettro dei ciclisti che vogliono invadere le nostre strade, sottrarre parcheggi, ostacolare il traffico. Per chi somigliasse a un maranza in bicicletta non saranno mesi facili. Ma non sembra brillare di particolare lucidità nemmeno la proiezione salvifica di chi immagina che due ruote possano cambiare il mondo.
E allora? Forse vale la pena chiedere qualcosa anche alla psicoanalisi. La rabbia dell'automobilista è una proiezione, nel senso freudiano? Oppure è una forma di invidia, come suggerirebbe Melanie Klein, verso chi appare più libero, agile e autonomo? O ancora, è una ferita narcisistica: l'automobile vissuta come estensione dell'Io che vede il proprio spazio improvvisamente invaso dal ciclista? Non ho una risposta. Per ora. Approfondirò, pedalando. "Il mondo lo si può cambiare anche stando sulla destra." — Anonimo geniale.

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