Vene

Una supplica davanti a un prelievo diventa la misura dolorosa di una dipendenza, ma anche di un amore assoluto e deformato.
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June 4, 2026
Lei mi implora di lasciarla stare, mi scongiura, si ritrae nel letto, mi lancia addosso uno sguardo gonfio di lacrime, si nasconde sotto le coperte, mi dice di andarmene o di usare le vene dei piedi, al massimo, ma non quelle delle braccia. Non mi avevano avvisato della sua tossicodipendenza, avevo tutto l’occorrente per un normale prelievo di routine ma quella donna si opponeva, e lo faceva pregandomi. Pregando me, che me ne stavo, nel candore della mia divisa da infermiere, con ago e provette tra le mani, e con un cuore svuotato da tanto dolore.
C’era qualcosa di radicale e di infantile in quelle parole, nel suono di quelle parole. Se fossero state rivolte a un Dio e non dedicate alla perversa onnipotenza di una sostanza sarebbero state pura preghiera, una delle invocazioni più dolci che io avessi mai sentito. Infantili e drammatiche risuonavano nel vuoto di quella stanza d’ospedale, io impietrito sapevo quello che avrei dovuto fare, era mio dovere procedere al prelievo ma lei piangeva, vittima di un dramma che la stava annientando. In quel silenzio imbarazzato e sospeso, prima di muovere un muscolo, spaventato per ciò che stavo pensando, mi chiedevo se io avrei mai amato qualcuno con tale radicale intensità.

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