“Ma non con la mia anima tiranna. Ti pregherò Signore”, inizia così “Preghiera”, una meravigliosa poesia di Fernanda Romagnoli, che oppone alla tirannia dell’anima il corpo: “con questo corpo nutrito dalle briciole cadute all’orgoglio dell’anima, con questo portatore di pena”. Il nostro corpo, non un corpo generico, ma queste nostre ossa, questa carne partorita, questo corpo che ci accompagna sempre: la preghiera può scaturire esattamente da qui. Un corpo, proprio il nostro, che si nutre delle briciole cadute, immagine evangelica che rimanda al Vangelo di Marco, capitolo settimo, dove una donna implora Gesù usando un’immagine potentissima: anche i cani sotto la tavola mangiano le briciole dei figli.
Il corpo, il nostro corpo, che impara dalla fame dei cani, il nostro corpo, che è un portatore di pena, che non ci lascia spazio a illusioni mentali, a ubriacature di parole, il corpo, il nostro corpo che ci radica alla terra, che ci fa sentire piccoli, affamati, piangenti, bisognosi, e quindi vivi. E bellissimi. Il nostro corpo, non un altro, non l’idea del corpo. Proviamo oggi a regalarci un attimo di consapevolezza, a sentirne la meraviglia e la pesantezza, il miracolo e la pena, stiamo lì, come cagnolini ai piedi del padrone, come corpi fedeli alla tavola del padre, grati della fede che ci fa sentire che basta una briciola, purché sia del Suo corpo, a salvare il nostro.
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