In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». (...) «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
A quei tempi non c’erano porte che chiudevano gli ovili: era lo stesso pastore che alla sera si sdraiava all’ingresso per non far uscire le sue pecore e per non consentire ad altri di introdursi. Ladri, briganti, lupi se volevano entrare dovevano vedersela con lui, rimasto a guardia, a far da porta, da cancello. Ladri, briganti e lupi vengono solo per strappare, ferire, spadroneggiare, lasciando ferite e mani e cuore vuoto, impoveriti e rotti, smarriti lungo vicoli ciechi, con in bocca l’amaro della solitudine e della inconsistenza. Si conoscono, invece, le pecore ed il pastore, lui le conosce una ad una, a ciascuna ha dato un nome e una carezza. E le pecore riconoscono quella voce, una voce che non fa paura. Riconoscere una voce è fare casa, fare famiglia, è capire le inflessioni, il sussurro, a volte le sgridate: è fiducia che consente di seguire, è speranza in un pascolo dall’erba verde e croccante. È forse questa la fede? Questo ci sta dicendo oggi Gesù? Prima ancora che un insieme di riti e regole da seguire, la fede è invece riuscire a distinguere una voce amica, che non ti vuole rubare libertà, desideri, sogni, identità; che non si impone con la sua autorità, ma ti apre la strada. Non trascina, non spinge, non usa il bastone quel pastore: a lui non serve schiacciare o umiliare perché sa che, tra lui e ciascuna delle sue pecore, c’è una relazione, c’è un legame forte. E loro, le pecore, conoscono il suo odore, capiscono le sue parole, gli vogliono bene. Se ne sta lì, il buon pastore, sulla soglia della nostra vita, là dove vanno e vengono i rischi, i pericoli, le ferite, le scelte, quei lupi che vorrebbero azzannarci alla gola, quei ladri di speranza, di sogni, di amore. Lui sta lì a trattenere il respiro, a vegliare su ognuno e ognuna di noi, a calmare la paura, a dar coraggio e accompagnarci là dove ciascuno è se stesso, ciascuno alla sua casa. Se ne sta lì, sdraiato proprio nel bel mezzo tra noi e le nostre paure, tra noi e ciò che ci ferisce. A vegliare, a custodire i nostri passi incerti, i nostri giorni. E lo fa non per impadronirsene o per invadere, ma per allargare i nostri piccoli orizzonti: una vita straripante, esagerata, così abbondante da non averla mai persino sognata. E sembra dirci: «Vieni, passa da qui: c’è tanta vita». (At 2,14.36-41;Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10)
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