L’effetto dell’Ai in classe: nessuno alza più la mano

Sempre più spesso, davanti a un dubbio, il primo interlocutore è un chatbot. Una scorciatoia comoda che, però, apre una questione più profonda: cosa succede quando le domande smettono di passare attraverso le relazioni?
Google preferred source
September 19, 2026
L’effetto dell’Ai in classe: nessuno alza più la mano
Immagine generata con l'Ai per questo articolo dagli studenti delle Scuole Medie coinvolti nel progetto acutisai.it

Studenti e intelligenza artificiale, 2 su 3 chiedono
aiuto all’AI

È capitato a tutti di non capire qualcosa durante la spiegazione di un professore, bastava alzare la mano e – quando ci veniva data la parola – ammettevamo di non aver capito e chiedevamo che quel determinato concetto fosse rispiegato. Oggi, invece, appena l'8% degli studenti chiede un chiarimento al professore, perché gli altri hanno trovato un'altra strada: due su tre (66,6%) aprono un chatbot e chiedono di essere aiutati a capire. Il dato arriva da tre sondaggi lampo proposti nei giorni del rientro dalla community di Studenti.it (circa 1.500 risposte, campione autoselezionato, da leggere più come indizio che come statistica scientificamente dedotta). Se il 66,6% si rivolge all’Ai, il 12,8% si rivolge a un adulto di fiducia o a un tutor privato, il 12,6% ai compagni, poi alla fine arriva anche l'insegnante.

Perché gli studenti preferiscono chiedere all’AI invece
che al professore

Sarebbe comodo accusare la tecnologia, però, diciamoci la verità, la mano alzata era già rara prima dei chatbot, perché chiedere è sempre costato caro: dichiarare davanti a venticinque coetanei di non aver capito ha un prezzo. La novità è che l'intelligenza artificiale ha fatto si che quel silenzio diventi una zona di comfort, ha eliminato il pedaggio di dover chiedere a qualcuno, però il pedaggio, serviva a qualcosa…una classe in cui nessuno chiede è una classe in cui il docente perde uno dei principali feedback che gli permettono di capire dove sono arrivati i suoi ragazzi.

L’AI non serve solo per studiare, i ragazzi la usano
anche per confidarsi

C'è poi un secondo cerchio, più intimo, che viene rivelato nell'indagine «Io e l'Intelligenza Artificiale» (Indire e Festival dell'Innovazione Scolastica, 5.342 studenti delle secondarie, presentata il 14 settembre in Senato) racconta che il 94% usa strumenti di IA e l'84% li adopera anche per studiare. Spulciando tra i dati emerge che il 53% l'ha usata almeno una volta per sfogarsi o per affrontare un problema personale, tipologia di utilizzo che ha fatto breccia soprattutto tra le ragazze e i preadolescenti.
La domanda di senso prende la stessa scorciatoia della domanda di matematica per la stessa ragione: nessun giudizio, nessuna attesa. Il dramma è che la relazione educativa perde il monopolio della domanda.

I rischi dell’intelligenza artificiale secondo gli
studenti

Durante la presentazione della ricerca il sociologo Mauro Magatti, non a caso ha affermato che l'intelligenza artificiale «è un farmaco: può essere insieme cura e veleno». Chi prescrive ai ragazzi la cura? Chi protegge i ragazzi dal veleno? I giovani, però, non sono ingenui: il 44% teme che affidarsi agli algoritmi porti a pensare meno con la propria testa, il 26% indica la perdita del senso critico tra i rischi del futuro, il 54% chiede che l'IA resti sempre sotto il controllo umano. Del resto, hanno ragione, perché uno studio condotto su 27.000 studenti cinesi dagli economisti David Strömberg, Victor Lei e Wu Yanhui mostra che l'IA migliora i compiti a casa e peggiora i compiti in classe, dove si salva solo chi è abituato a ragionare da solo per poi buttare un occhio alle risposte dell’Ai più per cercare conferme che per farsi scrivere il tema.

Usare l’AI senza smettere di pensare con la propria testa

Insomma, se vince chi utilizza l’Ai come potenziamento, respingendo la logica della delega, sicuramente perde chi si arrende davanti a un interrogativo: per salvare l’umanità delle relazioni educative ai tempi dell’intelligenza artificiale, dovremo salvare le domande.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire