Intelligenza artificiale e nuove professioni, la scuola cerca parole per il domani
Base Futuro porta nelle scuole laboratori e percorsi per preparare gli studenti alle trasformazioni dell’intelligenza artificiale

Se il tema della Rome Future Week 2026 è «Materia Prima», Base Futuro ne indica una tra le più importanti: l’educazione. Nel laboratorio diffuso che dal 21 al 27 settembre trasformerà Roma in uno spazio di confronto sull’innovazione, il progetto porta la riflessione sul domani dentro le scuole, coinvolgendo sette istituti e l’intera comunità educante. Workshop, hackathon, incontri interattivi e percorsi di orientamento per aiutare ragazze e ragazzi a leggere le trasformazioni in corso - dall’intelligenza artificiale alle nuove professioni, dalla sostenibilità all’inclusione - e a trasformarle in domande e competenze. È una prospettiva che riguarda da vicino anche docenti e dirigenti: evitare che l’innovazione diventi consumo passivo di tecnologia e restituirle una direzione umana, critica e condivisa. Ne parliamo con Silvia Favulli, project manager di Base Futuro.
In che modo questo progetto prova a rendere studentesse e studenti veri protagonisti, e non semplici destinatari, dei cambiamenti in corso?
Base Futuro nasce dalla convinzione che il futuro non debba essere soltanto raccontato alle nuove generazioni, o addirittura subito, ma costruito insieme a loro. Anche per questo sollecitato le scuole e realizzare format differenti rispetto al modello della lezione frontale: laboratori, workshop, hackathon, incontri interattivi e percorsi di orientamento nei quali studentesse e studenti sono chiamati a confrontarsi con problemi reali, lavorare in gruppo, elaborare idee e trasformarle in proposte concrete.
Nell’hackathon dell’IIS Federico Caffè, per esempio, si formeranno team multidisciplinari per progettare soluzioni capaci di migliorare la vita delle persone, passando dall’analisi del problema alla realizzazione di un prototipo e al pitch finale. Negli altri istituti saranno invece invitati a riconoscere i propri talenti, interrogarsi sulle professioni del futuro e mettere in pratica le competenze acquisite a scuola.
Essere protagonisti significa proprio questo: non limitarsi ad ascoltare chi parla del futuro, ma avere uno spazio nel quale immaginarlo, discuterlo e cominciare a progettarlo. Base Futuro coinvolge sette istituti romani attraverso format differenti, costruiti anche a partire dall’identità e dalle competenze di ciascuna scuola.
Che cosa può dire oggi la scuola al mondo dell’innovazione, delle imprese, della tecnologia e delle nuove professioni?
Le scuole sono il luogo in cui il futuro entra ogni giorno, attraverso le domande, le aspettative e anche le paure delle nuove generazioni. Troppo spesso, però, nel dibattito sull’innovazione la scuola viene considerata soltanto come un soggetto che deve adeguarsi ai cambiamenti. Noi crediamo invece che possa contribuire a orientarli. La scuola custodisce qualcosa di essenziale anche per il mondo delle imprese, della tecnologia e dell’innovazione: la capacità di tenere insieme conoscenza, crescita della persona, inclusione e responsabilità.
Inoltre, nelle scuole convivono competenze, esperienze e punti di vista molto diversi. Mettere questo patrimonio in dialogo con professionisti, aziende e università permette di avvicinare i ragazzi alle nuove professioni, ma anche di aiutare il mondo dell’innovazione ad ascoltare chi quelle trasformazioni le vivrà più a lungo.
Dal vostro punto di vista, qual è la sfida educativa indifferibile?
La sfida più urgente è aiutare ragazze e ragazzi a non sentirsi spettatori impotenti di un cambiamento troppo veloce. Vivono immersi in un flusso continuo di informazioni, tecnologie e possibilità, ma questo non sempre si traduce in maggiore consapevolezza o libertà di scelta.
Occorre quindi fornire loro gli strumenti per comprendere ciò che accade, distinguere le informazioni affidabili, formulare domande, sviluppare senso critico, riconoscere le conseguenze delle proprie azioni e partecipare alle decisioni che riguardano il loro futuro. C’è poi un tema di accesso alle opportunità. Non tutti e tutte partono dalle stesse condizioni familiari, economiche o territoriali. La scuola deve continuare a essere il luogo nel quale il futuro non è un privilegio riservato a chi possiede già gli strumenti per immaginarlo, ma una possibilità concreta per ciascuno.
Cosa possono fare docenti e dirigenti scolastici per evitare che l’innovazione diventi solo consumo passivo di tecnologia?
Docenti e dirigenti hanno un ruolo decisivo perché possono trasformare la tecnologia da oggetto di consumo a strumento di conoscenza, espressione e partecipazione. Sicuramente è importante insegnare a utilizzare una piattaforma o un’applicazione, ma occorre anche aiutare gli studenti a comprenderne il funzionamento, le opportunità, i limiti, i rischi e le implicazioni etiche.
Un utilizzo educativo della tecnologia dovrebbe spingere a fare domande: chi ha progettato questo strumento? Quali dati raccoglie? Quali comportamenti incoraggia? Quale problema risolve? Potrebbe crearne altri? Solo in questo modo l’innovazione smette di essere qualcosa che si subisce e diventa materia da osservare, discutere e, quando possibile, riprogettare.
I dirigenti possono inoltre favorire una scuola che non rimanga chiusa in se stessa ma aperta al territorio e al confronto con università, imprese, istituzioni e realtà sociali. I docenti, dal canto loro, restano figure fondamentali di mediazione capaci di accompagnare i ragazzi nella costruzione di un pensiero autonomo.
Quale ruolo hanno le famiglie in un percorso di orientamento e alfabetizzazione al futuro?
Le famiglie sono una parte fondamentale della comunità educante. Possono offrire ascolto, fiducia e uno spazio sicuro nel quale ragazze e ragazzi siano liberi di esprimere aspirazioni, dubbi e paure.
Oggi, però, anche gli adulti possono sentirsi disorientati davanti a professioni che cambiano rapidamente e a percorsi formativi molto diversi da quelli che hanno conosciuto. È quindi importante che scuola e famiglie possano confrontarsi, evitando sia di inseguire ogni novità, sia di leggere il futuro utilizzando soltanto categorie del passato.
Per questo alcuni appuntamenti di Base Futuro coinvolgono direttamente anche i genitori, creando occasioni di dialogo con orientatori e giovani professionisti. L’obiettivo è costruire un’alleanza nella quale aspettative e timori degli adulti non soffochino le aspirazioni dei giovani, ma li aiutino a trasformarsi in possibilità concrete. È questo, per esempio, il senso di incontri come “Orientarsi: scegli il tuo domani” e “Prossima Fermata: Superiori”.
Dal punto di vista delle scuole coinvolte, quali competenze trasversali emergono come più urgenti: problem solving, creatività, collaborazione, capacità di comunicare, spirito critico, gestione dell’errore?
Sono tutte competenze strettamente collegate. Se dovessimo individuarne una centrale, diremmo la capacità di affrontare la complessità senza bloccarsi: osservare un problema, formularlo correttamente, mettere insieme competenze diverse, sperimentare una soluzione e saperla comunicare.
Lo spirito critico consente di non accettare automaticamente ciò che viene proposto; la creatività permette di immaginare alternative; la collaborazione trasforma un’intuizione individuale in un progetto condiviso. Anche la capacità di comunicare è fondamentale, perché un’idea acquista valore quando sappiamo renderla comprensibile e confrontarla con gli altri.
Anche imparare a gestire l’errore è fondamentale. La scuola è spesso percepita come il luogo in cui bisogna dare subito la risposta corretta, mentre l’innovazione procede attraverso tentativi, revisioni e fallimenti. Insegnare a leggere l’errore come informazione, e non come giudizio sul proprio valore, significa aiutare i ragazzi a sviluppare autonomia, fiducia e capacità di ricominciare. È un approccio presente sia nei percorsi di orientamento sia nell’hackathon scolastico.
Guardando al futuro della città, che cosa possono insegnare gli studenti agli adulti, alle istituzioni e alle imprese?
Possono insegnarci innanzitutto a porre domande nuove. Studentesse e studenti osservano la città da una prospettiva diversa da quella di chi la amministra, vi lavora o prende decisioni che hanno un impatto sull’economia. Vivono direttamente questioni come la mobilità, la qualità degli spazi pubblici, l’accesso alla cultura, il benessere, la sostenibilità e il rapporto con la tecnologia. Il loro sguardo può rendere visibili bisogni che gli adulti hanno smesso di notare.
Questo non significa attribuire automaticamente ai giovani tutte le risposte ma riconoscere che nessuna scelta sul futuro può essere davvero efficace se viene presa senza ascoltare chi dovrà abitarlo più a lungo.
Inoltre, gli studenti possono ricordare a istituzioni e imprese che innovazione, inclusione e sostenibilità non sono ambiti separati. Una soluzione è realmente innovativa solo se migliora la vita delle persone e non lascia indietro nessuno. Agli adulti spetta mettere a disposizione esperienza, strumenti e responsabilità; ai giovani deve essere riconosciuto uno spazio reale di parola, proposta e sperimentazione. Base Futuro vuole creare proprio questo incontro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 


