IA a scuola: la Danimarca cambia gli esami, negli Usa entrano in aula le Big Tech
C’è chi prova a limitarne l’uso negli esami, chi investe sulla formazione dei docenti e chi sperimenta nuovi modelli didattici insieme alle aziende tecnologiche.

Intelligenza artificiale in classe, la stretta della Danimarca
La prossima settimana, quando i liceali danesi rientreranno dalle vacanze, troveranno una scuola diversa da quella che hanno lasciato a giugno, perché il ministro dell’Istruzione Magnus Heunicke ha varato un pacchetto contro l’uso scorretto dell’intelligenza artificiale: i circa novemila studenti del percorso Hf (una sorta di percorso breve per conseguire la maturità) dovranno difendere oralmente la tesina scritta a casa, gli istituti, inoltre, sono invitati a monitorare gli schermi durante le prove e a filtrare la rete con firewall, e a far svolgere più compiti a scuola, sotto il controllo dell’insegnante.
Il motivo di questo provvedimento è da cercare in due rilevazioni: a febbraio l’istituto nazionale di valutazione danese ha pubblicato un’indagine su 1.411 studenti dell’ultimo anno, la prima generazione che ha avuto i chatbot per quasi tutto il percorso di studi; ebbene due su tre ammettono di aver usato l’IA almeno una volta in un modo che loro stessi definiscono scorretto. Un controllo a campione sui diplomati di quest’anno, inoltre, ha rilevato che il loro rendimento è peggiore di quello dei loro predecessori soprattutto nelle prove scritte in classe, in assenza di strumenti informatici.
Voce agli studenti, due su tre ammettono un uso scorretto
C’è un altro dato, molto interessante: quasi la metà degli studenti teme che il modo in cui i compagni usano l’IA renda più difficile prendere buoni voti, due terzi credono che oltre la metà della classe abbia barato…e più uno se lo aspetta dagli altri, più è probabile che lo faccia a sua volta.
Anche la sola repressione mostra però i suoi limiti, per esempio l’anno scorso, in un esperimento negli istituti tecnici commerciali danesi, l’IA è stata ammessa a una parte dell’esame di marketing, e la formula ha convinto docenti e studenti. La partita si gioca quindi anche su come vengono riconsiderate le prove anche considerando l’uso dell’intelligenza artificiale.
Copiare con l’IA, l’effetto contagio e i limiti dei divieti
Sull’altra sponda dell’Atlantico, infatti, l’iter è opposto a quello danese. La American Federation of Teachers, secondo sindacato statunitense degli insegnanti con 1,8 milioni di iscritti, ha aperto a New York una National Academy for AI Instruction che punta a formare 400mila docenti in cinque anni. I 23 milioni di dollari arrivano per intero da Microsoft (12,5), OpenAI (10) e Anthropic (mezzo milione per il primo anno). La presidente Randi Weingarten, per giustificare queste ingenti somme investite dai privati, ricorda che l’alternativa era non fare nulla, dato che nessun filantropo si era offerto di pagare, inoltre, sempre negli Stati Uniti, solo circa quattro insegnanti su dieci confermano che la propria scuola offre formazione sull’IA. Le critiche arrivano anche da chi studia da tempo l’interazione delle aziende tecnologiche con il mondo della scuola: Audrey Watters osserva che un corso proposto dal sindacato rende i prodotti Tech più credibili di quanto farebbe un corso proposto dalle stesse Bigh Tech. Justin Reich, del Mit, ricorda il copione già visto con Google (software gratuito alle scuole e insegnanti certificati che lo promuovono ai colleghi) e ricorda che non esiste nessuna prova di un miglioramento dei risultati sia dell’insegnamento che dell’apprendimento.
Negli Stati Uniti le Big Tech finanziano la formazione dei docenti sull’IA
L’Italia sembra al riparo da queste incursioni, poiché la formazione dei docenti è finanziata con denaro pubblico: il decreto ministeriale 219 del novembre 2025 ha stanziato 100 milioni del Pnrr, fino a 50mila euro per istituto, con il 40% riservato al Mezzogiorno. La sperimentazione ministeriale conclusa a maggio racconta però un’altra parte della storia: nelle quindici classi pilota di Lazio, Lombardia, Toscana e Calabria il ministero ha messo a disposizione degli studenti i software di Google e ai docenti la formazione dei tecnici dell’azienda. I risultati Invalsi sono attesi a settembre, con una riserva già annunciata dal consulente che ha progettato il percorso, Paolo Branchini: «Il problema più grande, per la lettura dei dati, è che l’intelligenza artificiale è penetrata anche nelle classi “gemelle”».
Intelligenza artificiale nella scuola italiana, fondi Pnrr e sperimentazione Google
Sotto c’è una questione che riguarda l’apprendimento: un rapporto di giugno di Education International, la federazione mondiale dei sindacati dell’istruzione, la riassume con l’espressione “falsa padronanza”, perché la fluidità del testo prodotto dalla macchina genera un’illusione di competenza, la prestazione immediata migliora e l’apprendimento durevole peggiora. Il rischio si distribuisce in modo diseguale, dato che chi possiede già conoscenze solide usa l’IA per accelerare, mentre chi parte svantaggiato la usa per saltare la fatica che invece gli servirebbe per apprendere.
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