ChatGPT a scuola? La questione non è sì o no, ma come

La sfida dell’AI nella scuola è soprattutto educativa: riguarda ciò che scegliamo di delegare alle macchine e ciò che vogliamo affidare all’intelligenza e alla relazione umana. Ne parliamo con Antonio D’Amore, comunicatore e AI Educator
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September 22, 2026
ChatGPT a scuola? La questione non è sì o no, ma come
mmagine generata con l'Ai per questo articolo dagli studenti delle Scuole Medie coinvolti nel progetto acutisai.it
Lei si definisce “AI Educator”. Che cosa significa?
È una domanda che mi fanno spesso, e la risposta non è scontata come sembra. Non sono un informatico puro, e non sono nemmeno un pedagogista tradizionale. Sono qualcosa nel mezzo, e credo che oggi questo “nel mezzo” sia esattamente ciò di cui c’è bisogno. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale si è aperta una distanza tra chi la sta scoprendo adesso, magari con curiosità o con paura, e chi invece la studia e la pratica da tempo. L’AI Educator è una figura professionale trasversale che sta nel mezzo e parla entrambe le lingue: quella tecnica e quella umana, quella tecnologica e quella educativa. Il mio compito non è vendere l’AI come una panacea, ma tradurla, renderla comprensibile e soprattutto renderla governabile da chi la utilizzerà ogni giorno: insegnanti, studenti, genitori e professionisti. Un “AI Educator” non insegna semplicemente quali strumenti usare. Insegna quando usarli, quando non usarli, come verificarne gli output e, soprattutto, come mantenere la responsabilità umana sulle decisioni.
Prima ancora di domandarci come portare l’AI a scuola, non dovremmo chiederci che cosa rischiamo di non imparare più proprio perché esiste l’AI?
Questa è una delle domande più importanti e, secondo me, anche più urgenti. Il rischio reale non è che i ragazzi usino l’AI, ma che smettano di allenare il pensiero critico e la capacità di restare dentro la fatica di un problema prima di cercarne la soluzione. La scuola non può limitarsi a rincorrere la tecnologia. Deve anticipare il problema educativo che la tecnologia pone. In alcuni Paesi l’alfabetizzazione sull’AI sta entrando precocemente nei percorsi educativi: questo deve interrogarci. Non significa importare modelli stranieri, ma chiederci quale alfabetizzazione digitale, critica e civica vogliamo offrire ai nostri bambini. Non si tratta di sostituire l’apprendimento tradizionale, ma di costruire fin da piccoli gli anticorpi critici necessari per non subire la tecnologia, bensì per governarla. In fondo, la vera domanda non è “quanto AI dobbiamo portare a scuola?”, ma “quali capacità umane dobbiamo proteggere e rafforzare proprio perché l’AI esiste?”
Proibire ChatGPT nei compiti può sembrare una soluzione semplice, ma è realistica? Oppure dobbiamo ripensare il compito stesso, passando dalla valutazione del prodotto finale alla valutazione del processo?
Proibire è comodo, ma è anche illusorio. È come proibire la calcolatrice negli anni Ottanta: può funzionare per qualche tempo, poi la realtà bussa alla porta. Il vero cambiamento deve avvenire nella progettazione della valutazione. Se continuiamo a valutare soltanto l’elaborato finale, l’AI potrà produrlo in pochi secondi, e rischiamo di combattere una battaglia persa in partenza. Dobbiamo spostare l’attenzione sul processo: le bozze, i ragionamenti intermedi, le domande che lo studente si è posto, gli errori corretti lungo il percorso. È lì che si vede se un ragazzo ha davvero pensato o ha semplicemente utilizzato un output. Non dobbiamo passare dal “ChatGPT sì” al “ChatGPT no”. Dobbiamo arrivare al “ChatGPT quando, perché e con quali regole”. L’obiettivo non è eliminare l’AI dal processo educativo, ma rendere trasparente e consapevole il modo in cui viene utilizzata. La scuola deve quindi valutare sempre più ciò che la macchina non può certificare al posto dello studente: il ragionamento, la comprensione, la capacità di argomentare e la responsabilità rispetto al risultato.
Quali sono le tre competenze sull’Intelligenza Artificiale che oggi un ragazzo dovrebbe possedere prima di terminare la scuola?
Ne indico tre, ma potrei parlarne per ore. La prima è il pensiero critico applicato all’AI: saper riconoscere quando un’informazione generata dalla macchina è plausibile ma sbagliata e sapere che un output convincente non è necessariamente un output vero. La seconda è la capacità di collaborare con l’AI. Non parlo semplicemente di prompting. Gli strumenti stanno diventando sempre più capaci di comprendere il linguaggio naturale; la competenza realmente importante è saper formulare un problema, fare domande efficaci, chiedere alternative, mettere in discussione una risposta e utilizzare la macchina come interlocutore per imparare e migliorare. La terza è la responsabilità nell’uso dell’AI: sapere quali informazioni è opportuno condividere, quali decisioni non è corretto delegare e quando è necessario verificare un risultato attraverso fonti affidabili. A queste competenze aggiungerei una grande opportunità per la scuola: utilizzare l’AI per rendere più concreto e personalizzato anche ciò che spesso resta ai margini della formazione, come l’educazione economica e una moderna educazione civica. L’intelligenza artificiale può aiutare i ragazzi a confrontarsi con problemi reali, informazioni, scenari e decisioni quotidiane, ma sempre mantenendo il giudizio umano al centro.
E quali, invece, dovrebbe acquisire urgentemente un insegnante?
L’insegnante deve prima di tutto smettere di chiedersi come difendersi dall’AI e iniziare a chiedersi come governarne l’uso educativo. Deve acquisire competenze di media literacy applicata all’intelligenza artificiale, capire come funzionano questi strumenti almeno a livello concettuale e imparare a riconoscerne possibilità, limiti, errori e rischi. Ma c’è un passaggio ancora più importante: deve imparare a riprogettare la didattica attorno a compiti che l’AI non possa semplicemente risolvere al posto dello studente. Se il compito può essere svolto integralmente da una macchina, forse è il compito che deve essere ripensato. L’insegnante deve anche sapere cosa è opportuno delegare all’AI e cosa invece deve rimanere profondamente umano: la relazione, il giudizio, la responsabilità, la motivazione e la comprensione dello studente. L’obiettivo non è trasformare ogni insegnante in un informatico. È fare in modo che l’insegnante possa continuare a essere autorevole in un ambiente educativo nel quale la tecnologia cambia molto più rapidamente di prima.
E se il problema non fosse che i ragazzi si fidano troppo dell’AI, ma che gli adulti non sono sufficientemente preparati per insegnare loro a diffidarne?
Esattamente. Questa domanda coglie il nocciolo della questione. Non possiamo pretendere che un ragazzo sviluppi spirito critico verso l’AI se l’adulto di riferimento, genitore o insegnante che sia, non possiede gli strumenti per esercitarlo a sua volta. È un problema di formazione degli adulti prima ancora che di educazione dei giovani. Credo che dobbiamo smettere di parlare soltanto di “ragazzi che usano troppo l’AI”. La domanda più importante è: che cosa stanno facendo con l’AI? Un ragazzo può usarla per evitare di pensare oppure per imparare a pensare meglio. Il compito dell’adulto è insegnargli a distinguere le due cose. E qui arriviamo al punto centrale: non possiamo delegare all’AI la responsabilità delle nostre decisioni. Possiamo affidarle un calcolo, una ricerca, una prima bozza, un’analisi, persino una parte del processo creativo. Ma il giudizio finale e la responsabilità devono rimanere umani. Per questo credo che la competenza più importante da insegnare alle nuove generazioni non sia semplicemente saper usare l’AI, ma saper convivere con essa senza rinunciare alla capacità di pensare, verificare e scegliere.

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