Chi forma gli influencer? Quattro atenei pontifici riflettono sui missionari digitali.

Un convegno interuniversitario ha messo a tema la preparazione pastorale, spirituale, umana e intellettuale dei missionari digitali. Ma Pasqualetti avverte: l’intelligenza artificiale farà sparire il mondo dei Social Network.
March 18, 2026
Chi forma gli influencer? Quattro atenei pontifici riflettono sui missionari digitali.
Un momento del Convegno, il tavolo dei relatori
L'impatto dell'Intelligenza Artificiale sull'evangelizzazione
Un giovane milanese ha raccontato di considerare ChatGPT il suo migliore amico: sa che è una macchina, eppure la preferisce ai coetanei perché «non mi giudica, parla con me»: ieri pomeriggio questa notizia è risuonata nell’Aula Magna “Giovanni Paolo II” della Pontificia Università della Santa Croce, a Roma, dove quattro atenei pontifici si sono riuniti per affrontare una questione che l’avvento dell’intelligenza artificiale rende ancora più pressante: come si formano i sacerdoti, le religiose e i laici che annunciano il Vangelo attraverso le piattaforme digitali? Oggi un algoritmo può offrire ascolto e compagnia meglio di molti adulti in carne ed ossa, e probabilmente — come ha osservato uno dei relatori — fra dieci anni i social media potrebbero essere spazzati via dall’intelligenza artificiale: bisogna quindi preparare chi evangelizza in rete. Il convegno “Missionari digitali: quale formazione?” — primo evento accademico congiunto di quattro atenei pontifici romani dedicato specificamente al tema — ha rivelato un dato che precede l’intelligenza artificiale e che ha a che fare con una dinamica più elementare: i missionari digitali, raggiungono soprattutto persone che in chiesa ci vanno già. Lo rivela il risultato preliminare di una ricerca condotta dall'Università Pontificia Salesiana, presentata nel corso del convegno di ieri. L'incontro — organizzato dalla Pontificia Università della Santa Croce, dalla Pontificia Università Lateranense, dalla Pontificia Università Gregoriana e dall'Università Pontificia Salesiana, con il patrocinio del Dicastero per la Comunicazione — è stato introdotto da Mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione; il sacerdote argentino ha ricordato come la missione digitale non sia «un'esperienza comunicativa recente o di moda, ma una dimensione reale dell'evangelizzazione che è sorta spontaneamente con il nascere di nuovi spazi relazionali dove i cristiani si sono mossi ed hanno espresso il Signore, come sempre ha fatto la Chiesa». Si tratta di un fenomeno che il processo sinodale ha aiutato a riconoscere e che il Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici, celebrato nel luglio scorso alla presenza di Papa Leone XIV, ha consegnato alla comunità ecclesiale.

Missionari digitali: una pastorale "dal basso" che non va istituzionalizzata

Il pomeriggio, poi, si è articolato lungo le quattro dimensioni formative indicate dalla Esortazione apostolica Pastores Dabo Vobis di Giovanni Paolo II: pastorale, spirituale, umana e intellettuale. Il primo intervento, affidato al prof. Massimiliano Padula della Lateranense, ha inquadrato il fenomeno in chiave storico-sociologica, introducendo il concetto di «pastorale grassroots» (dal basso), un'espressione con cui il docente ha definito l'insieme delle forme di azione ecclesiale nate dalle dinamiche partecipative delle reti digitali, dove chiunque può diventare soggetto attivo di evangelizzazione. Padula, poi, ha ricostruito come la pandemia del 2020 abbia fatto esplodere un processo in realtà già avviato, alimentato da una generazione di consacrati e laici che avevano acquisito competenze digitali in modo autodidatta, dando vita a quella che il sociologo francese Patrice Flichy aveva descritto come «sacralizzazione dell'amatore». Padula ha però messo in guardia dal rischio di istituzionalizzare troppo la missione digitale, perché «pensare a una formalizzazione della vita pastorale digitale rischia di appiattire la riflessione sulla tecnicalità, chiudendosi in bolle autoreferenziali che contrastano con l'universalità della Chiesa». Ha ricordato, per esempio, che già nel 2004 la Chiesa italiana aveva elaborato la figura dell'animatore della cultura della comunicazione, rimasta però sostanzialmente inapplicata. Il prof. Paolo Asolan, preside dell'Istituto Pastorale "Redemptor Hominis" della Lateranense, ha richiamato i colleghi e la platea alla necessità di un metodo teologico-pastorale: per Asolan, infatti, formare i missionari digitali va oltre lo «stilare un ricettario di cose da eseguire», ma elaborare un discernimento che tenga insieme tre dimensioni: quella kairologica, ossia la lettura della situazione in prospettiva teologica; quella operativa, che impone di tradurre la riflessione in azione concreta; e quella criteriologica, che fornisce i criteri per orientare l'agire. Senza una di queste tre gambe, ha avvertito, si rischia di produrre «chiacchiera culturale» o al contrario un attivismo privo di fondamento.

L'ambiente digitale non è neutrale: l'importanza della formazione spirituale

Il passaggio alla formazione spirituale ha portato la riflessione su un terreno diverso: il prof. Peter Lah della Gregoriana ha tracciato il quadro dell'ambiente in cui i missionari digitali si muovono, un ecosistema costruito da aziende il cui obiettivo primario è il profitto commerciale: «Il missionario digitale oggi non vive in un ambiente aperto al messaggio di Cristo», ha detto, «le tecnologie che usa non sono strumenti neutrali». Lah ha richiamato il mito di Narciso per descrivere il meccanismo di coinvolgimento (engagement, nel gergo delle piattaforme) che alimenta l'economia digitale e ha osservato che la verità, nell'ambiente digitale, è il risultato di un calcolo statistico che «poco ha a che fare con la verità esistenziale dei filosofi, poeti o teologi». L'invito del docente, quasi provocatorio, è quello di non confondere il dialogo con le reazioni superficiali che i social media sono progettati per stimolare. Il prof. Filipe Domingues, anch'egli della Gregoriana, ha completato la sezione sulla formazione spirituale indicando tre dimensioni concrete: la virtù dell'umiltà e un'etica della virtù sul piano personale, l'attenzione al contesto sociale, e infine la dimensione del silenzio e dell'interiorità, senza la quale nessuna presenza in rete può restare autentica.

I dati della ricerca: chi segue veramente gli "influencer di Dio"?

Il momento ricco di dati empirici è arrivato con la presentazione della dott.ssa Maria Paola Piccini, ricercatrice della Università Salesiana, che ha presentato i risultati preliminari dello studio "Seguire gli influencer di Dio", condotto insieme al prof. Fabio Pasqualetti, decano della Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale: l’ateneo ha raccolto in poco più di un mese 229 questionari validi (saliti a oltre 300 nei giorni successivi). Il campione è distribuito su diverse fasce d'età, a dimostrazione che il fenomeno non riguarda solo i giovani, e il dato più significativo è che il 79,6% degli intervistati partecipa ad attività religiose almeno una volta alla settimana: l'influencer religioso, dunque, non sembra sostituire la comunità ecclesiale ma funziona come una sorta di estensione digitale dell'esperienza di fede. Il formato preferito, tra quelli consumati online, è il video breve, scelto dall'85% degli intervistati, e il contenuto più seguito è il commento al Vangelo. Tra i rischi percepiti emergono la banalizzazione della fede, l'eccessiva personalizzazione e un possibile indebolimento del legame con la comunità. C’è, poi, un altro dato che colpisce: il 61% degli intervistati non ha mai avuto contatti diretti con l'influencer che segue…la relazione, quindi, resta mediata dallo schermo. Il prof. Pasqualetti ha raccolto questi dati per sviluppare una riflessione sulle sfide della formazione umana, con toni diretti e a tratti provocatori: ha richiamato la crisi di credibilità della Chiesa cattolica, la secolarizzazione avanzata, il calo delle vocazioni, la strumentalizzazione politica del sacro. Ha citato il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han per sottolineare che «la rete non può creare comunità perché non c'è spirito, perché non ci sono legami profondi», e ha indicato nel modello di Emmaus — Gesù che cammina accanto senza farsi riconoscere — un paradigma educativo efficace per l'accompagnamento digitale. Quanto all'intelligenza artificiale, Pasqualetti ha offerto una sua previsione: «Credo che nel giro di 10 anni forse non parleremo manco più di social media perché l'intelligenza artificiale spazzerà via tutto»…una visione che comunque certifica che lo scenario tecnologico in cui ci si muove è destinato a cambiare radicalmente, o almeno il mondo accademico ha questa percezione.

Lo studio e la teologia come antidoto alla superficialità dei social media

La dimensione intellettuale è stata affidata al prof. Juan Narbona della Santa Croce, che ha proposto un'immagine per consegnare ai partecipanti la sua idea di studio: così come i monaci cistercensi e benedettini distillavano per ore e ore l'acqua vitae dai loro alambicchi, allo stesso modo dietro ogni reel, ogni post, ogni contenuto «ci devono essere ore e ore di studio per poi ottenere alcune poche gocce, alcuni pochi secondi di una buona comunicazione». Narbona, poi, ha insistito sul fatto che lo studio di filosofia e teologia può funzionare come antidoto alla superficialità della rete, offrendo al missionario quel distacco dalla performance che permette di dare evidenza al contenuto e non a chi lo propone: «Il cristianesimo non è opera di persuasione ma di grandezza», ha ricordato citando Sant'Ignazio di Antiochia.
A chiudere la serie di interventi, il prof. Carlos Villar, teologo della Santa Croce, che ha riportato la riflessione sul principio dell'Incarnazione: se Dio si è fatto carne, ha osservato, la missione digitale è un passaggio verso l'incontro personale, corporeo, comunitario. Villar ha attinto al pensiero di Romano Guardini per mettere in guardia dal potere della tecnica quando non è accompagnato da un ethos adeguato: «Come potranno gli uomini dominare l'immensa quantità di potere di cui dispongono e che aumenta costantemente, se non sono capaci di formare se stessi?»….questa domanda vale per chiunque abbia in mano un telefono, ed assume un peso particolare per chi da quello schermo intende parlare di Dio.

Il futuro della missione digitale: chi influenza gli influencer?

Nei saluti finali, il prof. Arasa ha raccolto le fila della giornata riproponendo la questione che probabilmente riassume l'intero convegno: «Quando noi parliamo di missionari digitali parliamo ovviamente, in un certo modo, di influencer. Allora per noi è molto interessante farci questa domanda: chi influenza gli influencer?». Un’esigenza rispetto alla quale le quattro università romane hanno provato a dare le prime risposte, si tratta, però, di un lavoro appena iniziato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA