La biodiversità del cuore: sguardi e germogli in un orto che accoglie
Il nostro monastero ha spalancato le porte a una "biodiversità" ancora più bella: quella di una cooperativa di ragazzi con diverse abilità, venuti a sporcarsi le mani con la terra

L'orto monastico è da sempre un microcosmo di ascolto, umiltà e ascesi, dove il ritmo del lavoro manuale si intreccia armoniosamente con quello della preghiera. Tra i solchi della nostra terra, la diversità non è un concetto astratto o uno slogan, ma una realtà feriale che si manifesta nei colori caldi e vivaci dei suoi frutti: il rosso del pomodoro, l’arancione della carota, il verde degli spinaci e il bianco panna di un cavolfiore. Ogni ortaggio ha il suo tempo di maturazione, una sua forma specifica e una fragilità che chiede di essere custodita con cura.
Un po' di tempo fa, il nostro monastero ha spalancato le porte a una "biodiversità" ancora più bella: quella di una cooperativa di ragazzi con diverse abilità, venuti a conoscere la nostra realtà e a sporcarsi le mani con la terra. Accoglierli è stato un po' come riorganizzare, un coro, un’orchestra di storie e sguardi dove la differenza non crea divari, ma ricchezza. San Benedetto, nella sua saggezza millenaria, ci insegna a non anteporre nulla all'amore, nelle sue diverse forme, dalla liturgia alla mensa, dal lavoro all’ascolto, dall’accoglienza alla solitudine e il silenzio.
Vedere questi giovani muoversi tra le piante ci ha ricordato che "nessuno si salva da solo" e che la cura, la dedizione e la prossimità alla fragilità è l'istanza da cui ripartire per costruire società orientate al bene comune e condiviso. La loro manualità, così autentica e a volte tremante come le onde del mare d'inverno, non è una semplice "terapia occupazionale", ma un progetto di vita comune che esprime la bellezza di essere necessari gli uni agli altri. Come accade in un buon minestrone, dove sapori diversi trovano il modo migliore per stare insieme, la loro presenza ha rotto gli schemi della nostra abitudine, ricordandoci che l'ultimo arrivato porta spesso una parola profetica che ancora non avevamo messo in conto.
Questi ragazzi sono stati per noi una lectio divina dell’incontro, che decentra e ti permette di osservarti e di stare nella quotidianità, trasformando l'ordinario in un incontro straordinario di prossimità. Ci hanno insegnato che la vita interiore somiglia a un sapore in agrodolce, capace di tenere insieme le contraddizioni e le fatiche, trovando un senso nuovo nel semplice stare insieme. Non è necessario correre per essere efficienti; ciò che conta davvero è abitare il tempo con attenzione, permettendo a ogni incontro di sprigionare il suo gusto unico, vivere nell’oggi che l’evangelista Luca più volte richiama nel suo Vangelo, con la fede, la fiducia, di chi si guarda dal futuro. Alla fine della giornata, ci siamo ritrovati idealmente tutti alla stessa mensa, serviti dallo stesso "grembiule della prossimità", scoprendo che l'unità non è mai uniformità, ma una rete di relazioni che si fa vicina. Grazie a questi nuovi amici per averci ricordato che siamo tutti fatti della stessa terra e che, nella diversità dei nostri carismi e delle nostre fatiche, siamo chiamati a essere, semplicemente e profondamente, fratelli tutti.
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