Basta poco per “essere” sapore
Poi, un giorno, qualcosa accade. Un monastero, volti luminosi, una gioia che non ha bisogno di spiegazioni

C’è una spezia che nelle cucine di campagna non manca mai: la cannella. Basta un pizzico, appena una polvere sottile, per cambiare il sapore di un dolce, per scaldarlo, per renderlo più profondo. Non è protagonista, non si impone, ma resta. E soprattutto ha bisogno di tempo: all’inizio quasi non si sente, poi piano piano emerge, avvolge, trasforma. Mi torna in mente la storia che R. ci ha raccontato, «pensando a quella bambina di dodici anni, in una soffitta d’Umbria, tra mele adagiate su un telo e una luce fioca che filtrava da una finestrella. Un luogo semplice, quasi nascosto, come certi angoli del cuore».
Lì, tra oggetti dimenticati, una cassapanca piena di libri. E tra quei libri, uno aperto quasi per curiosità: una frase, poche righe, ma dal sapore deciso. “Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena”. È stato come quel pizzico di cannella: poco, quasi niente. Eppure sufficiente a lasciare un segno. La vita, poi, è andata avanti con i suoi ritmi: studio, lavoro, incontri, viaggi. Tutto anche bello, persino ricco. Ma non pieno.
Come un dolce ben riuscito a metà: manca qualcosa, un aroma che non si riesce a definire ma che si avverte nell’assenza. Perché certe parole funzionano così. Non esplodono subito. Non risolvono all’istante. Si depositano, come una spezia nell’impasto, e aspettano il momento giusto per liberare il loro profumo. Intanto restano lì, silenziose, fedeli. Poi, un giorno, qualcosa accade. Un monastero, volti luminosi, una gioia che non ha bisogno di spiegazioni.
E all’improvviso quella parola di anni prima torna, si riaccende, si fa chiara. Non era un ricordo qualsiasi: era una direzione. Era già lì, nascosta, a dare sapore a tutto il resto. La cannella non cambia l’aspetto di un dolce, ma ne cambia l’anima. Così è per quella parola che ciascuno riceve, magari senza accorgersene fino in fondo. Non toglie nulla alla vita, ma le dà profondità, senso, unità. E forse il punto non è cercare continuamente qualcosa di nuovo, ma riconoscere ciò che già ci è stato dato. Tornare indietro, a quella soffitta interiore dove abbiamo incontrato una parola che ci ha fatto vibrare. Non archiviarla come un episodio, ma custodirla come un indizio. Perché la felicità piena non arriva tutta insieme, come una ricetta improvvisata. È piuttosto un sapore che matura, che si rivela nel tempo, quando lasciamo spazio a ciò che ci ha toccati davvero.
Ognuno ha la sua “cannella”, il suo piccolo segreto nascosto nella vita quotidiana. Può sembrare poco, quasi insignificante. Ma è lì che si gioca tutto. Vale la pena cercarlo, riconoscerlo, lasciarlo agire. Buona caccia al tesoro. E, soprattutto, buon assaggio.
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