Sinfonia di sapori e note: l’armonia del "comune" tra i chiostri
In cucina, come in un’orchestra, la diversità non è un ostacolo ma la condizione necessaria per la bellezza: il rosso del pomodoro, l’arancione della carota e il verde degli spinaci hanno ciascuno un sapore proprio, ma è solo nella loro unione che sprigionano un gusto nuovo.

C’è una sapienza antica che lega la cucina alla musica, un’arte del "mettere insieme" che trasforma singoli elementi in un’esperienza che nutre lo spirito. Se la vita monastica è scandita dal ritmo della preghiera che dà forma al tempo, in questi giorni il nostro monastero di Sant’Anna è diventato una casa accogliente a cielo aperto, dove il silenzio del chiostro e la solennità delle nostre pietre hanno accolto: il coro e l’orchestra della Scuola di Musica Celestino Eccher e e della scuola musicale Guido Gallo dal Trentino.
Vederli accordare gli strumenti e schiarire le voci è stato come assistere alla preparazione di un grande minestrone d’autore. In cucina, come in un’orchestra, la diversità non è un ostacolo ma la condizione necessaria per la bellezza: il rosso del pomodoro, l’arancione della carota e il verde degli spinaci hanno ciascuno un sapore proprio, ma è solo nella loro unione che sprigionano un gusto nuovo. Allo stesso modo, questi ragazzi, pur essendo diversi per storia, sensibilità e "strumento", hanno saputo abitare la nostra casa trasformando la loro pluralità in una piazza di persone che, pur non pensandola sempre allo stesso modo, costruiscono armonia.
La loro musica ha risuonato in tre "luoghi dell'anima": nel chiostro, spazio della contemplazione del creato; nella chiesa di San Paolo delle Abbattesse, testimone della nostra storia; e infine durante la celebrazione eucaristica a Sant’Anna. È stato un vero processo di sinodalità vissuta, un "camminare insieme" dove il violino non ha prevaricato sul flauto e le voci del coro si sono fatte "corali", cioè capaci di cantare sulla nota di chi sta accanto. Come scrive San Benedetto, l'unità non è uniformità, ma una rete di relazioni che si fa prossimità. Insegnare a questi giovani l'arte dell'ascolto monastico — quella disposizione del cuore che è la prima parola della nostra Regola — è stato naturale mentre li guardavamo seguire il gesto del direttore. In un’orchestra, come in una cucina dove si condivide il pane, bisogna saper fare silenzio quando è il turno dell’altro e alzare la voce solo quando è necessario per il bene comune. Questi ragazzi sono stati per noi come un pizzico di sale che esalta il sapore della quotidianità: una presenza discreta ma capace di cambiare l’intero sapore della ricetta comunitaria.
Vederli suonare e cantare ci ha ricordato che ogni cristiano è chiamato a mettersi a "tavola con tutti", indossando il grembiule del servizio e della bellezza. Hanno portato con sé l'aria fresca delle loro montagne, ricordandoci che la vita interiore è una storia in agrodolce, fatta di fatiche tecniche e di slanci spirituali, di note basse e di vette armoniche.
Grazie a questi giovani "maestri di civiltà" per averci mostrato che, quando gli ingredienti dell'umano sono messi a disposizione con umiltà, l’"arriverai" promesso da Benedetto diventa una melodia presente, una sinfonia di pace che non lascia indietro nessuno e che profuma di fraternità, e siamo sicure che li rivedremo presto.
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