Il miele del cammino

la dolcezza del ritrovarsi tra passi e operosità
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July 16, 2026
C’è un’operosità silenziosa che attraversa i nostri chiostri, un ritmo che ricorda il ronzio instancabile delle api che, con pazienza millenaria, trasformano il polline raccolto in un alimento che dà energia e vita: il miele. Nella vita monastica, questo "ora et labora" non è solo un dovere, ma una trasformazione interiore che richiede tempo, dedizione e una costante attenzione al dettaglio. Qualche giorno fa, alla nostra forestiera, dove i pellegrini "non mancano mai", ha bussato un giovane ragazzo reduce dal Cammino di Santiago. Il suo volto, segnato dal sole e dalla polvere, portava il sapore di chi ha smesso di correre per iniziare finalmente a camminare.La sua storia è stata per noi come una goccia di miele: densa, dorata e capace di restituire vigore. Ci ha raccontato di come fosse arrivato al punto di perdere se stesso tra le pieghe di una vita "ingolfata di parole" e di una fretta che prometteva efficienza ma consegnava solo una sottile inquietudine. Proprio come un'ape che deve volare lontano per trovare il nettare migliore, lui ha sentito la necessità di un "esodo", di uno spazio aperto dove la sua identità potesse tornare a essere contenuta e non dispersa.Il Cammino di Santiago è stato per lui una scuola di laboriosità interiore. Ogni passo, ogni salita e ogni fatica quotidiana sono stati come il lavoro incessante delle api nell'alveare: un processo faticoso ma necessario per distillare l'essenziale. Egli ha riscoperto che la vita non è fatta per essere "consumata", ma per essere "abitata" con coraggio. Nel silenzio dei sentieri, ha imparato l'arte dell'ascolto — la prima parola della nostra Regola — ascoltando il ritmo del proprio corpo, dei propri pensieri e di quella presenza che si rivela solo a chi sa sostare.Incontrarlo e ascoltare il racconto della sua esperienza è stato un momento di vera prossimità. Ci ha mostrato come il "ritrovare se stessi" non sia una meta statica, ma un processo sinodale di "camminare insieme" con le proprie fragilità. Il suo racconto ci ha ricordato che, se si ha il coraggio di affrontare la solitudine abitata dal silenzio, si scopre una dolcezza nuova, una energia spirituale che, proprio come il miele, non si deteriora con il tempo ma si fortifica.Questo giovane ci ha lasciato una testimonianza preziosa: la bellezza di una vita che non cerca più di essere perfetta, ma di essere vera, "né solo tutto agro, né solo tutto dolce". Il suo ritorno è stato un'epifania di come l'umano, quando accetta di essere creatura, possa generare una nuova bellezza.Grazie a questo pellegrino per averci ricordato che siamo tutti "messaggeri di pace" lungo le strade del mondo e che, se lavoriamo con la laboriosità delle api per custodire il bene comune, l'arriverai promesso da San Benedetto non sarà più un miraggio lontano, ma il gusto presente di una vita ritrovata, dolce e nutriente come il miele della terra.

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