Su Kiev, senza Orbán, l’Ue ha ritrovato un'unità

di Gabriele Rosana, Matteo Marcelli
I 27 celebrano l’apertura dei negoziati di adesione ma stoppano procedure accelerate.
In serata riafforano le divisioni tra «falchi» e «colombe» sul capitolo Cina. La premier vuole un rappresentante unitario per evitare che il tavolo sia dominato da Berlino, Parigi e Londra
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June 18, 2026
Su Kiev, senza Orbán, l’Ue ha ritrovato un'unità
Il leader ucraino Zelensky con la presidente 
della Commissione Ue, 
Von der Leyen, 
e il presidente del Consiglio Europeo, Costa
I Ventisette ritrovano l’unità sull’Ucraina, ma raffreddano gli entusiasmi di Volodymyr Zelensky su un rapido avanzamento del percorso di adesione di Kiev all’Unione europea. Nella prima giornata di un vertice che - dopo la tregua siglata da Usa e Iran - può guardare oltre lo Stretto di Hormuz e mette a tavola come piatto forte i ferri sempre più corti con la Cina, i leader dell’Ue sono tornati a ospitare a Bruxelles il presidente ucraino. Tutti d’accordo nel celebrare l’apertura - avvenuta lunedì insieme alla Moldova - del primo gruppo di capitoli negoziali (“cluster”) che hanno l’obiettivo di avvicinare l’Ucraina a diventare membro dell’Ue. E tutti d’accordo nel ribadire il sostegno economico-militare finché necessario.
Per la prima volta in un anno e mezzo, infatti, il passaggio dedicato all’Ucraina nel testo delle conclusioni finali può tornare a essere sottoscritto all’unanimità. Senza la defezione dell’Ungheria, come avvenuto con Viktor Orbán al potere. Con la sua uscita di scena e il debutto al summit di Péter Magyar, il veto è stato rimesso nel cassetto. Il neopremier di Budapest, che ha concordato con Bruxelles lo sblocco dei fondi diretti al suo Paese, ha deciso di non mettersi di traverso. Il suo è un nuovo corso, ma fino a un certo punto. Magyar ha ricordato un pensiero condiviso da vari altri leader e che è spesso ripetuto come un mantra da Ursula von der Leyen: l’allargamento rimane «un processo basato sul merito». Un iter preferenziale per Kiev «non sarebbe pragmatico e invierebbe un segnale negativo ai Balcani», in fila per entrare da anni, ha avvertito Magyar, su una linea condivisa anche da Giorgia Meloni.
Zelensky, da parte sua, spera di poter aprire gli altri cinque “cluster” rimanenti entro l’estate - un obiettivo ricordato ieri pure da Von der Leyen -, ma a Bruxelles c’è chi frena. Al contrario, la Moldova avrebbe le carte in regola per fare un salto in avanti già a luglio. Il leader ucraino, che ieri è tornato a promettere rappresaglie in Russia contro gli attacchi nel suo Paese, ha comunque dato prova di ottimismo: «Per noi è davvero un momento formidabile», ha detto, reduce dal G7 di Évian che ha riaffermato l’unità occidentale - Stati Uniti inclusi - per aumentare la pressione economica su Mosca. Farlo serve a costringere Vladimir Putin a sedersi a un tavolo dei negoziati finora snobbato dal Cremlino. «Il 21esimo pacchetto di sanzioni va di pari passo con gli attacchi in profondità che l'Ucraina sta conducendo» in Russia, ha spiegato l’Alta rappresentante Kaja Kallas. Presentato a inizio mese, il nuovo lotto di misure contro Mosca colpisce ulteriormente gli introiti del petrolio russo, ma si è imbattuto nel «no» minacciato dalla Bulgaria, che si oppone in particolare all’inserimento del patriarca ortodosso Kirill nella “lista nera”.
Il dossier su cui le divisioni tra i Ventisette emergono in maniera ancora più nitida è, però, quello che ha tenuto impegnati i leader a cena: il cambio di registro con la Cina e le possibili azioni da mettere in campo per riequilibrare la relazione. I timori di avventurarsi in un territorio sconosciuto e potenzialmente popolato di vendette economiche da parte di Pechino fa sì che la Repubblica popolare non venga nominata nell’agenda dei lavori. Si parla semmai di «squilibri macroeconomici globali», ritenuti un ostacolo alla competitività delle industrie del continente. L’identikit del problema è presto tracciato: da una parte, gli aiuti pubblici “gonfiano” a dismisura le aziende del Dragone distorcendo la concorrenza; dall’altra, i maxi-volumi di prodotti cinesi a basso costo finiscono per soppiantare quanto è “made in Europe”. «I costi dell’inazione sono superiori a quelli dell’azione», ha osservato una fonte diplomatica. La risposta dei governi, però, non sembra univoca. Se c’è chi spinge per un uso disinvolto delle indagini anti-dumping, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, altri preferiscono puntare semmai sulle agevolazioni per chi riduce le dipendenze e fa a meno del “made in China”.
Per intuire il clima in sala basta guardare la dichiarazione pre-vertice de popolari del Ppe, il partito di maggioranza relativa di cui fa parte anche Von der Leyen: «Dobbiamo abbandonare ogni ingenuità nei confronti delle ambizioni a lungo termine della Cina». Eppure, in un mondo sempre più conflittuale, ha messo in guardia il premier spagnolo Pedro Sánchez, «l’Europa ha bisogno di amici, di relazioni equilibrate, di essere pragmatica e di costruire ponti, tanto con le grandi economie potenziali alleate, come la Cina, quanto con quelle tradizionali come gli Usa». Sarà una lunga trattativa.

La strategia della premier

La concordia sul sostegno a Kiev spinge Giorgia Meloni a rilanciare con forza la proposta di un inviato Ue per trattare con Mosca. A maggior ragione dopo il G7 di Evian che ha ricondotto Donald Trump su binari più favorevoli all’Ucraina. D’altro canto, l’Unione non sembra aver accolto l’idea con particolare entusiasmo, non nella versione proposta dalla premier. Fonti Ue fanno capire che l’opzione di un incaricato facente capo a una «media potenza», per usare le parole della presidente del Consiglio, potrebbe non avere il giusto ancoraggio con le istituzioni Ue, titolari della leva sanzionatoria rispetto a Mosca. È anche vero, però, che i contatti avviati dall’ufficio del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, hanno avuto il merito di riaccendere il dibattito sul punto. Proprio Costa sembrerebbe essere una soluzione più adatta ad avviso di diversi Stati. Persino la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola si mostra disponibile all’eventualità: «Penso che potrebbe svolgere qualsiasi tipo di compito gli venga assegnato». E in ogni caso, ha aggiunto, «se dovesse esserci un modo per trovare una soluzione pacifica al conflitto - seguendo il principio che nulla verrà deciso sull’Ucraina senza il Paese stesso -, allora l’Eurocamera sarà pronta a supportare questa posizione». Di diverso avviso è l’Alto Rappresentante per la Politica Estera Kaja Kallas: «Credo sia molto chiaro che l’Ue non può fare da mediatore, perché siamo stati chiaramente dalla parte dell’Ucraina». Posizione condivisa anche da una fonte della Commissione europea: «Dedichiamo troppo tempo alla discussione su chi sia. La domanda è: la Russia è davvero disposta e in grado di discuterne veramente?». Per mediare, insomma, serve un negoziatore ma anche un tavolo e il tavolo, almeno per ora, non c’è.
Ciò detto, Meloni continuerà a provarci. Da Roma anche Antonio Tajani sostiene la posizione. Possibilista su Costa («potrebbe essere lui»), ma aperto ad altre soluzioni: «Ci sono anche altre persone che possono farlo. L’importante è che ci sia una voce che esprima la posizione dell’Europa in un momento in cui la Russia sembra non voler venire a consigli». Quel che è certo è che le controproposte fatte alla premier e ai leader (Angela Merkel e Mario Draghi) sono state congelate. L’altro scoglio sul progetto di Roma per la pace sono Francia e Germania, che invece insistono per una trattativa in formato E3, cioè assieme alla Gran Bretagna. Difficile immaginare uno smacco più grande per Meloni se l’ipotesi dovesse concretizzarsi.
Nel frattempo, Meloni prova a rifarsi con la riunione informale degli “Amici della Coesione”, promossa assieme al presidente romeno Nicusor Dan. Una pattuglia di 17 Stati che la premier ambisce a guidare per piegare il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Ue a favore di politiche meno rigorose. Direzione in cui rientra la difesa «delle politiche previste dai Trattati – come si legge nella nota diffusa dallo staff di Palazzo Chigi –, a partire dalla Politica di Coesione, dalla Politica Agricola Comune e dalla Politica Comune della Pesca».
Del club fa parte anche la Spagna di Pedro Sanchez, con cui la premier si è intrattenuta dopo la riunione. L’idea è di costruire un asse Roma-Madrid «con l’obiettivo di introdurre finanziamenti per nuove priorità strategiche - competitività, innovazione, sicurezza, autonomia strategica ed energia», anche in questo caso preservando «la politica di coesione, considerata essenziale per il Mercato unico, gli investimenti e la riduzione dei divari territoriali».

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