Meloni prenota il Colle: «Un capo dello Stato di destra non è un tabù»
L'intervista della premier a Rete 4. Sulla riforma elettorale: «Osteggiata da chi non ha mai vinto». E su Trump: «io non inginocchiata»

A meno di una settimana dall’intervista concessa alla festa de La Verità, Giorgia Meloni torna a rispondere in pubblico. In buona sostanza, nei temi e nelle affermazioni, il colloquio con Nicola Porro a 10 minuti (su Rete 4), ricalca quello avuto con Maurizio Belpietro all’Acquario di Roma: le uscite di Mark Rutte e le relazioni con Washington, la spina Roberto Vannacci. Ma stavolta sul piatto arriva anche la posta più alta: il Colle e la successione a Sergio Mattarella.
La premier evita di assecondare le voci su una sua candidatura al Quirinale (che secondo alcuni retroscena troverebbe il sostegno dello stesso Vannacci). Ma rileva come «per un certo establishment» la sola idea di una persona di destra al Colle sia ritenuta «terribile», nonostante a suo avviso «non sia più un tabù». Il passo in avanti c’è ed evidentemente la presidente del Consiglio ritiene che i tempi siano ormai maturi per scoprire le carte.
Su Rutte e sul presunto appoggio bellico di Roma all’operazione Epic fury contro l’Iran, Meloni ha modo di argomentare con maggiori dettagli. Spiega che i 500 voli citati dal segretario generale della Nato rientrano in una ricostruzione «approssimativa». E quel numero (secondo Rutte riferito ai voli partiti dalle basi americane in Italia), è in realtà «molto più basso di quello registrato l'anno precedente per voli dello stesso tipo». Motivo in più per ribadire che su questi temi «bisogna essere più cauti». In ogni caso, chiarisce, «non sono antiamericana oggi, non ero inginocchiata ieri. Sono una persona che crede che l'Occidente sia più forte unito, che crede che l'Italia sia più forte in un Occidente unito».
Venendo alle questioni interne, Meloni, come detto, torna su Vannacci, ma solo per chiarire ancora una volta che dal suo punto di vista «non ci sono grandi differenze» tra il generale e le opposizioni. Del resto, spiega, i futuristi «votano come loro» e allo stesso modo «vogliono mandare a casa il Governo». Certo, ammette, «ci sono temi diversi da quelli della sinistra», ai quali anche lei «è molto interessata» e su cui «lavora da anni». Ma alla fine «conta il fatto che difficilmente puoi costruire qualcosa con qualcuno che palesemente vuole solo distruggere». Tra questi temi c’è anche la remigrazione, ma «per come la interpreto io – afferma la premier – sono i rimpatri volontari assistiti. E già li facciamo: vuol dire che mi metto d'accordo con questi migranti per rimandarli a casa. Lo fa lo Stato italiano, lo fa l'Ue, lo fa l'Unhcr: lo fanno tutti. Il problema ce l'hai con quelli che non se ne vogliono andare e lì diventa un tantino più complesso».
Praticamente identiche a quelle di pochi giorni fa anche le dichiarazioni sulla legge elettorale in discussione alla Camera, che «non favorisce nessuno» se non gli italiani, che potranno comunque «scegliere chi vince» e consegnargli «i numeri per governare». Per questo, ragiona Meloni, viene osteggiata «da tutti quelli che hanno governato senza aver vinto le elezioni, perché vogliono continuare a poter fare i giochi di palazzo».
Qualche stoccata anche sulla questione Covid, sulla quale, più tardi, e sulla stessa rete, interviene anche Giuseppe Conte (vedi articolo sotto). È una storia «oggettivamente incredibile», osserva Meloni, ed è bene che «si dica che sono state date delle commissioni per milioni di euro di soldi degli italiani per importare con gara diretta dalla Cina mascherine farlocche mentre c'era gente che stava lì a fare sacrifici». Spazio anche al Piano casa, con l’annuncio che entro «la fine della legislatura già si vedrà che il progetto va avanti»; e alla difesa del “salario giusto”, che a differenza di quello minimo - in cui «lo Stato impone dall'alto una cosa a tutti gli altri» - riconosce «un lavoro di rappresentanza delle associazioni di lavoratori e datori di lavoro ed è molto più liberale ed efficace». Questo però non significa, precisa la premier, essere «diventati di sinistra», semmai «è la sinistra che da qualche decennio non si occupa più dei lavoratori e dei loro salari».
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