Fumarola: «È il momento delle scelte. La Cisl attende segnali da Meloni»

La leader cislina: preoccupati che si scivoli direttamente in campagna elettorale. Il governo si dia un metodo, i problemi non si affrontano a compartimenti stagni: il Patto sociale non è una concessione, ma un'esigenza
April 3, 2026
Fumarola: «È il momento delle scelte. La Cisl attende segnali da Meloni»
Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl
Dopo il referendum fallito, il Governo pare essersi “incartato” proprio alla vigilia dell’anno pre-elettorale. Non la migliore delle premesse per lavoratori e imprese, che si attendono risposte adeguate in una fase storica di particolare complessità. Nella sede della Cisl di via Po la segretaria generale Daniela Fumarola confessa di «essere preoccupata» e, guardando alle mosse del Governo Meloni, dice di attendersi «segnali nuovi» e «scelte coraggiose» e «stabili».
Segretaria, la preoccupano le fibrillazioni che sta vivendo il governo?
Quelle sono fisiologiche. Mi dà da pensare semmai un’evidenza patologica: dopo una delle campagne referendarie più tristi degli ultimi anni, per povertà di argomenti e quantità di insulti, il rischio vero è che l'Italia scivoli direttamente in un'interminabile campagna elettorale, con destra e sinistra chiuse nelle rispettive trincee identitarie. E intanto i nodi strutturali che frenano crescita e coesione restano lì, irrisolti. Quello che serve, invece, è ritrovare la capacità di cercare terreni comuni, di confrontarsi seriamente sui problemi reali del Paese. Quello che la Cisl, con ostinazione, sta cercando di fare.
Alla luce del sempre più nebuloso quadro geopolitico internazionale il rischio di una stagflazione, con i suoi effetti sui salari, è un timore concreto?
Non c’è dubbio. L'instabilità geopolitica, a partire dal Medio Oriente, sta già colpendo prezzi, potere d'acquisto e prospettive di crescita. Affidarsi esclusivamente a misure tampone non basta. Bisogna lavorare a misure di sistema. Serve un’intesa tra Governo, imprese e sindacati che metta in campo una politica espansiva dei redditi, freni le speculazioni e sostenga produttività e salari. E occorre una voce europea più forte: un fondo comune per gli acquisti energetici, capace di rafforzare il potere negoziale dell'Unione. È il momento delle scelte stabili.
Il referendum è stato comunque anche un giudizio globale sul Governo, a suo avviso?
Penso sia un errore leggere il referendum come una partita politica vinta o persa. Quella partecipazione alta racconta altro: un corpo elettorale che, al di là della sfiducia, si aggrappa alla Costituzione come all'unico punto fermo condiviso perché teme ogni cambiamento. Una sfiducia che la campagna referendaria ha alimentato invece di curare. Poi c'è il contesto internazionale. È proprio in questo clima che diventa urgente, non rinviabile, ricostruire un terreno di dialogo tra le forze sociali, le istituzioni, la politica. Dovremmo avere tutti questa ambizione.
Cosa si aspetta che dica la premier in Parlamento giovedì 9 aprile?
Mi aspetto che colga l'occasione per andare oltre la difesa della tenuta del governo. Quello è scontato. Quello che non è scontato, e che sarebbe davvero importante, è un segnale di apertura verso le parti sociali. Un impegno concreto ad aprire un confronto strutturato su salari, produttività, crescita, coesione, competitività e resilienza del sistema industriale. Sarebbe il segnale che si è compresa la posta in gioco: un quadro economico che non lascia spazio a tatticismi.
Al congresso della Cisl, a luglio del 2025, la presidente del Consiglio si era impegnata sul Patto sociale. Da allora, però, nessun passo avanti. Questo immobilismo, in un Paese tornato a una crescita da “zero virgola”, è un segnale di disattenzione?
Quella disponibilità, ribadita peraltro in conferenza stampa a inizio anno, è stata un segnale importante e la Cisl l'ha presa sul serio. Da allora il tempo è passato e il quadro economico è peggiorato, per via del contesto internazionale, nonostante il buon lavoro sul versante del risanamento dei conti. Ora l'Italia sta uscendo, forse, dalla procedura Ue per deficit, ma la crescita da “zero virgola” non è solo un dato tecnico: è il segnale che servono scelte coraggiose, non più rinviabili. Il Patto non è una concessione alla Cisl: è uno strumento nell'interesse del Paese. Ci auguriamo che giovedì sia anche l'occasione per rilanciarlo.
Le imprese hanno ottenuto l’immediato ripristino dei fondi del piano “Transizione 5.0”. Il Governo è forse più attento alla loro voce?
Era giusto fare rapidamente marcia indietro da parte del governo, quelle imprese avevano investito in buona fede. E quando le imprese sono in difficoltà, a pagarne il prezzo sono sempre i lavoratori. Per questo la Cisl guarda con attenzione a tutto ciò che attiene la salute del sistema produttivo. I problemi di questa complessità non si affrontano a compartimenti stagni, con tavoli separati e risposte emergenziali. Serve una visione d'insieme, un metodo. È quello che continuiamo ad aspettare.
Da dove occorre ripartire per una svolta sul lavoro e quali sono le priorità?
Le priorità le abbiamo indicate con chiarezza: salari più alti attraverso rinnovi contrattuali rapidi e una contrattazione decentrata - aziendale, territoriale o di filiera - che sappia redistribuire la produttività; meno tasse sul lavoro e una nuova politica dei redditi che tuteli il potere d'acquisto di lavoratori, pensionati e famiglie; partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali, che con la “legge 76/2025” ha finalmente una base normativa. E poi: una politica energetica che abbatta i costi per imprese e cittadini, investimenti su welfare, scuola, sanità e un sistema previdenziale inclusivo e sostenibile. Non è un programma ideologico: è quello che serve per rimettere lo sviluppo al centro.
Non si arresta intanto il fenomeno dei lavoratori sottopagati, non solo fra i rider. Si sta facendo troppo poco su questo versante?
Il lavoro povero non è una fatalità, ma il risultato di scelte mancate: “contratti pirata” non contrastati, appalti al massimo ribasso, tutele che non raggiungonochi lavora in modo frammentato. La via maestra è quella del contrasto al lavoro nero e grigio e al part-time involontario, di relazioni industriali sempre più prossime e partecipative, con l'applicazione di contratti collettivi realmente rappresentativi. Chi propone il salario minimo per legge dà una risposta sbagliata a un problema reale: il rischio è che diventi un tetto invece che un pavimento, erodendo le tutele che solo un buon Ccnl sa garantire.
E le donne che guadagnano ancora oggi ben meno degli uomini?
Sul "gender pay gap" siamo di fronte a una doppia ingiustizia: le donne guadagnano meno e lavorano di più, se si conta il lavoro di cura. La direttiva europea sulla trasparenza retributiva rappresenta un’opportunità, purché si traduca in un obbligo verificabile: nei contratti, nelle aziende, nelle pubbliche amministrazioni.
A trent’anni dalle prime forme di introduzione, va fatto un tagliando alla flessibilità nel mercato del lavoro o è una tendenza ineludibile?
Ogni riforma o revisione non può che partire dall'analisi di una struttura del mercato del lavoro che oggi chiede adattività e buona flessibilità contrattata. Eludere questo principio di realismo porta a scelte ideologiche, che danneggiano invece di proteggere i lavoratori. Già trent'anni fa la flessibilità doveva essere accompagnata da ammortizzatori universali, politiche attive efficaci, sostegno al reddito, formazione continua: era questa la visione di Marco Biagi, che pagò con la vita il coraggio delle sue idee.
Quella parte non è mai stata onorata, però.
Sì, il risultato è che per troppi lavoratori la flessibilità si è trasformata in precarietà strutturale, senza reti di protezione adeguate. Non si tratta di tornare indietro, ma di completare finalmente ciò che è rimasto sulla carta. Dobbiamo dare vita a un nuovo statuto della persona nel mercato del lavoro, che promuova e protegga tutti, in ogni fase della transizione lavorativa.

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