Casini: «Con Bossi quasi non ci parlavamo. Troppo diversi, ma sapeva essere sensibile»
L'ex presidente della Camera ricorda il Senatur, insieme in maggioranza nel governo Berlusconi II. «E' stato il primo grillino. Con la malattia ha conosciuto la solitudine»

Un rapporto in tre tempi, quello tra Pier Ferdinando Casini e Umberto Bossi. Il primo, quello delle origini della Lega e di Tangentopoli, vissuto agli antipodi: «Io ero “il male assoluto” per lui, e lui per me». Il secondo, quello della convivenza in maggioranza, con contatti «ridotti ai minimi termini», circostanza che non turbava il sonno né all’uno né all’altro. Il terzo tempo, l’ultimo, l’ex presidente della Camera lo sintetizza in tre parole: «Tenerezza, umanità, solitudine».
Presidente non si può che partire dalla stagione più significativa che vi accomuna, l’esperienza in maggioranza durante il governo Berlusconi II…
Eviterei smancerie e oserei essere molto sincero: i miei contatti con lui erano ridotti davvero ai minimi termini. Io ero alla presidenza della Camera, lui al Governo, sino a quando è stato male. Ma non era solo questione di ruoli. Io già avevo rapporti complicati con Berlusconi, ed ero ben contento che Silvio delegasse a se stesso il ruolo esclusivo di raccordo con Umberto. Altra cosa era l’anello in cui comunicavamo io, Fini e lo stesso Berlusconi. Ma anche in maggioranza insieme, eravamo fatti per non andare d’accordo.
E non solo per un fatto di pelle, s’immagina…
Il punto è che io cercavo di portare in quel Governo un supplemento di moderazione e cultura istituzionale. Lui era un “barbaro”. Ma non lo si consideri un giudizio negativo o sprezzante, per cortesia. So che lui sarebbe contento di sentirsi definito così.
Certamente il moderato e il “barbaro” non potevano evitare di parlarsi… Quando accadeva, erano scintille?
Sa come mi chiamava? Carugnit de l’uratori. Carognetta dell’oratorio. Mano a mano, però, negli anni, i rapporti sono molto migliorati. E anche da certi modi burberi si poteva intuire un tratto umano, sensibile. Fa parte di una parabola che riguarda chiunque faccia politica.
Quale parabola?
Bossi ha avuto grandi successi e anche molti momenti di amarezza e delusione. In quei momenti è emerso un suo aspetto diverso, umano, tenero, lì ho capito che Bossi era incapace di essere malevolo fino in fondo.
Ma le ha mai manifestato una qualche forma di pentimento rispetto a frasi truci rivolte contro i meridionali, gli immigrati, il Tricolore?
Se parliamo del pentimento privato, interiore, proprio non saprei. Dal punto di vista politico penso non se ne sia mai pentito. Ci tengo però a dire una cosa: non ho mai pensato che fosse razzista. Faceva battute e polemiche inaccettabili, assurde, sui meridionali, che mi indispettivano in modo inimmaginabile. Ma per me erano un calcolo politico, non credo fosse un tratto profondo della sua personalità.
C’è un risultato che avete portato a casa insieme, e che le sembra un mezzo miracolo rispetto alle premesse che vi separavano?
Se torno al primo Bossi, quello più vitale, e poi penso al Bossi che cavalca Tangentopoli, al cappio in Aula, be’ il punto di partenza è che siamo stati l’uno “il male assoluto” dell’altro. Però un’evoluzione politica rilevante c’è stata, quando è passato dalla secessione al federalismo. Ci lavorarono D’Onofrio per il Ccd, Maroni per la Lega e Tremonti. Io osservavo da lontano, con rispetto. A mio avviso quel passaggio è stato importante, lo abbiamo condiviso ed è l’ennesima riprova dei corsi e ricorsi storici della politica: gli impulsi antisistema poi vengono assorbiti nella dialettica istituzionale, se la democrazia sa funzionare. E poi in ogni caso l’antifascismo – era un convinto e fervente antifascista - è stato un collante in grado di farci superare le divisioni politiche: la sua Lega non è la Lega di oggi.
Tuttavia, presidente, ammetterà che è difficile coniugare l’antifascismo con espressioni profondamente divisive dal punto di vista sociale…
Lui voleva distinguersi, non farsi omologare. Lo ripeto: quello che diceva era un calcolo. Un fine calcolo politico espresso con modi da barbaro. L’emblema è lui in canottiera da Berlusconi, in Sardegna. Come a dire: «Sì Silvio, ci vengo perché ci devo venire, ma mi metto in canottiera così i miei capiscono che sono sempre io».
Nella malattia, lei dice, Bossi ha sperimentato anche la solitudine.
Bossi ha sperimentato il servo encomio e il codardo oltraggio che tocca a chi vive la politica da protagonista. Ha amato la politica e poi la politica gli ha dato il calcio dell’asino quando era debole, malato. Ha vissuto questa solitudine, certo, lo posso testimoniare.
In ogni caso, la sua storia arriva abbondantemente nel presente: c’è anche il volto di Bossi nei neopopulismi, no?
Il filo rosso c’è. Bossi è stato il primo grillino. E il M5s delle origini somiglia alla prima Lega. Entrambi hanno preso slancio dalla cattiva politica. La Lega ha seminato sull’ultima stagione democristiana, M5s sul ventennio di Berlusconi. Simile anche quella parabola che osserviamo ormai con disincanto in tutti i populismi: gli strateghi dell’antipolitica che diventano ultrapolitici.
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