Vite e morti: primo dissesto
venerdì 9 febbraio 2018

Ancora una volta l’Istituto nazionale di statistica provvede ad aggiornarci sul bilancio demografico dell’anno che si è appena concluso, e lo fa attraverso una serie di dati e di indicatori che ribadiscono, se ancora ce ne fosse bisogno, lo stato di profonda crisi che caratterizza la popolazione italiana del nostro tempo. Per il terzo anno consecutivo il totale dei residenti in Italia si è ridotto (di circa 100 mila unità), come conseguenza di un ulteriore ribasso del numero di nascite (-2%) e di un parallelo ben più consistente aumento della frequenza di decessi (+5%). Il tutto senza che vi sia stato un contributo netto sul fronte migratorio capace di invertire, o quanto meno di compensare, il pesante deficit nel saldo naturale (più morti che nati) che è andato progressivamente consolidandosi a partire dei primi anni 90 sino a diventare un dato strutturale di proporzione inimmaginabile (e sempre meno sostenibile).

Stiamo parlando di un surplus di ben 183mila decessi rispetto al totale delle nascite, un valore che, nella storia d’Italia, si riscontra solo in due precedenti occasioni: nel 1917, allorché il deficit fu di 255mila unità, e nel 1918, quando si arrivò a 648mila. Ma se allora furono, rispettivamente, la 'Grande Guerra' e l’epidemia di 'spagnola' a favorire un siffatto triste primato, quale sarebbe oggi, stante il dono della pace e l’indiscutibile stato di benessere che ci accompagnano, la giustificazione di un crollo di vitalità come è quello cui stiamo assistendo e che si accentua anno dopo anno?

Non c’è dubbio che dietro al nuovo record di bassa natalità (i 464mila neonati del 2017) vi siano i molteplici ostacoli – dal 'costo' dei figli, alla carenza di strutture per la loro cura, alle difficoltà di conciliazione tra maternità e lavoro, sino alla stessa mancanza di una cultura aperta a sostenere la famiglia e la procreazione – che da tempo si frappongono e mortificano il desiderio di genitorialità degli italiani. Un desiderio di maternità e paternità che, come ben documentato da numerose indagini affidabili, è ben superiore alla sua reale manifestazione (gli 1,34 figli in media per coppia che le statistiche ci riportano).

Che dire tuttavia del nuovo picco di mortalità (647mila decessi complessivi) che il resoconto del 2017 ci prospetta, evidenziando un aumento di 31mila casi rispetto allo scorso anno? Si tratta di un dato che sostanzialmente eguaglia il record – il massimo dal Secondo dopoguerra con 648mila morti – registrato nel 2015 e allora liquidato da molti, con semplicistica convenienza, come puro effetto di una congiuntura climatico-sanitaria occasionalmente sfavorevole. Se dunque la riduzione del numero dei decessi sopraggiunta nel 2016 (solo 615mila) era stata accolta in modo confortante nel segno dello 'scampato pericolo', l’attuale ritorno al limite di guardia rimette tutto in discussione. Diventa così irrinunciabile andare a fondo sulle cause di un fenomeno che sembra essere tornato a colpire quelle fragilità, riconducibili per lo più a soggetti molto anziani e/o indigenti, che già nel 2015 avevano subito pesanti perdite. Fragilità che verosimilmente si sono riformate, anche a seguito di una fase di debolezza sia dell’economia del Paese, sia dei sistemi di welfare e di cura che ne hanno conseguentemente risentito sul piano delle risorse e delle strutture.

Non sorprende, dunque, osservare come lo stesso allungamento della speranza di vita alla nascita – ricomparso lo scorso anno dopo il regresso registrato nel 2015 – sia nuovamente assente nel resoconto del 2017. Anzi, a ben vedere, per la popolazione femminile si rileva nel 2017 un modesto calo dell’aspettativa di vita alla nascita (era di 85,04 anni nel 2016 ed è scesa a 84,9 nel 2017), presumibilmente per effetto di un accrescimento della mortalità che sembra aver maggiormente agito sulla componente femminile, più esposta in quanto mediamente più invecchiata.

D’altra parte, in tema di invecchiamento demografico il resoconto Istat ci informa sulla sua inesorabile crescita. I dati mostrano come al 1° gennaio del 2018 il 22,6% della popolazione italiana abbia almeno 65 anni, mentre dieci anni prima la percentuale era del 20,2% e – stando alle previsioni che lo stesso Istat ha recentemente elaborato – giungerà al 26% fra dieci anni e al 31,3% fra altri dieci. Mentre gli ultraottantacinquenni, che oggi sono il 3,5%, saliranno al 4,3% e poi al 5,3%.

Come si vede, l’Italia sarà necessariamente chiamata ad affrontare importanti problematiche di equilibrio tanto sul terreno del welfare (pensioni e sanità), quanto su quello della disponibilità di un potenziale produttivo (forza lavoro) sufficiente a garantire le risorse necessarie per mantenere la qualità della vita in un contesto sociale sempre più 'maturo'. Averne consapevolezza e offrire disponibilità nel farsi carico della gestione del cambiamento si configura, soprattutto in questa stagione politico-elettorale, come un dovere irrinunciabile per tutti: dal comune cittadino, sino – a maggior ragione – a chi ha già o prossimamente avrà responsabilità nelle decisioni che orientano la società e la vita degli italiani: di oggi e di domani.

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