mercoledì 10 marzo 2010
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«Sei milioni di italiani guardano il Grande fratello, non saremo tutti dei cretini?», urla l’adolescente Luigi ai genitori nell’ultimo film di Veronesi. Per tutta risposta riceve un «sì» secco e prolungato. La scena rappresenta uno scontro tra generazioni e modi di concepire la realtà e la televisione. Ma in sé contiene anche altro: la pretesa di chi crede che un numero basti a spiegare tutto (sei milioni di spettatori sono tanti, ma al tempo stesso pochi rispetto al numero totale degli italiani). Invece, dovremmo imparare una volta per tutte che chi vede un programma (e viene misurato dall’Auditel) non è detto che lo giustifichi o lo promuova.A volere essere un po’ provocatori, per sintetizzare questo decennio di reality verrebbe voglia di parafrasare così il titolo di un libro di James Hillman e Michael Ventura: «Dieci anni di Grande fratello. E il mondo va sempre peggio». Sarebbe ovviamente una forzatura. Ma prima o poi qualcuno dovrà anche fare i conti su quanto due lustri di «Grande fratello» sono costati alla società italiana. Provate a pensare, per esempio, a quanto i cosiddetti reality hanno contribuito a sdoganare alcuni dei nostri peggiori difetti, rendendo normali – se non addirittura «alla moda» – comportamenti che fino a pochi anni fa venivano considerati inaccettabili dalla maggior parte del Paese.«Noi raccontiamo la realtà», ripetono come automi gli autori e i presentatori di questi programmi, mentre i direttori delle tv si fregano le mani pensando agli incassi pubblicitari. Già: ma qual è la realtà? Quanto c’è di reale e quanto c’è – diciamo così – di «televisivo» (cioè di artefatto) nei tanti concorrenti che si atteggiano a personaggi del «Grande fratello», ancor prima di essere selezionati?Con Mauro (è lo slogan di oggi) stavolta ha vinto la gente normale. Lui – come dice il massmediologo Nicoletti – è una «persona basica»; «un macellaio che ha rotto tutte le regole del reality». A parte il fatto che Mauro si occupa di marketing in un’azienda di salumi, è il concetto di «uomo basico» che non sta in piedi. A meno che non si voglia far credere che «basico» significhi «autentico», il che renderebbe «basiche» tutte le rozzezze e volgarità messe in mostra, arrivando così a giustificare qualunque cosa in nome di una presunta «autenticità».Su un punto, però, i ragazzi del «Grande fratello» sembrano davvero lo specchio di una certa Italia: sono giovani che preferiscono chiudersi in una casa per tre mesi e mezzo invece che aprirsi alla realtà che li circonda. Gente che bivacca sui divani di casa, resa passiva e incapace di reagire anche dalle nove edizioni precedenti del reality.Un’esagerazione? Secondo gli esperti, il pubblico televisivo si divide in tre grandi gruppi: i più avvertiti che sanno decodificare i programmi tv e sorridere di ciò che ne esce; i curiosi che ne rimangono affascinati ma di fronte agli eccessi inorridiscono; i meno avvertiti che bevono tutto ciò che accade in questi show come fosse oro colato e che si fanno condizionare – nei comportamenti, nell’abbigliamento e persino nel modo di rapportarsi con gli altri – da ciò che si dice e si fa in tv. Questi ultimi, ci racconta l’Auditel, sono lo zoccolo duro dei reality. Gente che vive davanti alla tv e che dalla tv impara a vivere e pensare. Gente che sembra non avere alternative rispetto al vivere col telecomando in mano. Invece ne avrebbe, ma non le vede e non le cerca. E pensare che basterebbe avesse solo un pizzico di capacità critica in più per fare un gesto davvero rivoluzionario: spegnere certa televisione, tornando padrona della propria vita. O almeno, davanti alle sciocchezze che certi programmi propinano come se fossero verità assolute, farsi una grande risata.
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