L'ultima telefonata di Gloria. Da Londra una lezione che colpisce al cuore


Maurizio Patriciello sabato 17 giugno 2017

La telefonata che nessuno vorrebbe ricevere, le parole che ogni genitore vorrebbe sentirsi dire. È notte quando in casa Trevisan squilla il telefono. Quando hai una figlia giovane all’estero, anche se non lo dici , dormi sempre con un occhio solo. Ti svegli di soprassalto, i pensieri brutti galoppano, arrivano prima di quelli belli. Ti stropicci gli occhi, guardi l’ora, afferri il telefono. Che succede? Perché Gloria chiama a quest’ora insolita? La mamma parla, il papà la interroga con lo sguardo, cerca di capire.

Dall’altro lato la voce della tua bambina, si la tua bambina. Per tua mamma puoi anche essere maggiorenne, rimani sempre il suo bambino. Il concepimento, la gestazione, il parto, l’ allattamento, il rapporto irripetibile che si crea tra la mamma e il figlio che ha messo al mondo, lasciano il segno per tutta la vita. Momenti unici, preziosi, irripetibili. Essere figlio è bello, sentirsi amati è indispensabile.

Ogni figlio è figlio unico, anche quando nasce in una famiglia numerosa. Il cordone ombelicale reciso lascia un segno sul corpo di ogni essere umano. Una cicatrice che l’ intera vita non riuscirà a cancellare. L’ombelico ci dice più di quanto sembra a prima vista. Racconta una storia, la tua storia, e la storia della donna che è tua mamma. E quando il figlio prenderà il largo, spiccherà il volo, quel rapporto cambierà, si trasformerà ma non potrà mai morire.

Da adulti ricordiamo gli anni in cui eravamo convinti che nostra mamma era la più bella del mondo, nostro padre il più forte. Fantasie di bambini, è vero, ma fino a un certo punto. Oggi sappiamo che non è vero ma ce ne importa poco. È nostra mamma. E questo ci basta. Nelle notti avare di sonno e ricche di incertezze, quando il domani non lo senti amico, quando una malattia ha iniziato a spaventarti, il solo pensiero di avere accanto i genitori, pur se avanti negli anni, ti è di grande consolazione. E se già stanno col Signore li invochi come fai con l’angelo custode.

Da Londra Gloria racconta, concitata, di un incendio che si è sviluppato nel palazzo dove è andata ad abitare insieme al suo ragazzo. Il fumo sta salendo per le scale fino a lambire il piano dove abitano. Non sa, non può sapere, Gloria, che cosa stia accadendo. Ha fiducia, però, che i soccorsi arriveranno prima che l’incendio si propaghi. Anche Marco è a telefono col suo babbo.

Ci sembra di vederli questi due giovani professionisti, scappati dall’Italia in cerca di fortuna. Fortuna? No, lavoro. Un lavoro dignitoso per vivere in modo dignitoso. Sono architetti, amano il bello, progettano il bello, sono attratti dal bello. Vogliono fare più bello il mondo. Il palazzo dove hanno preso dimora, a dire il vero, non è per niente bello. Al contrario. Loro sono andati ad abitarci in attesa di tempi migliori. I giovani che hanno i piedi per terra sono fatti così, non si lasciano scoraggiare facilmente. Sanno che i sacrifici fanno parte della vita, sono pronti a tutto. Si amano. Vogliono stare insieme. La casa. Nella vita puoi fare a meno di tante cose ma una dimora, per quanto piccola e disadorna, è indispensabile per cullare due cuori.

Il fumo si fa più denso fino a togliere il respiro. I due innamorati si rendono conto che la situazione si fa seria, pericolosa. Iniziano ad avere paura. Restano però incollati al telefono. Loro stanno morendo a Londra, i loro cari stanno precipitando in una agonia senza confini. «Quando la lancia gli trafisse il cuore, Gesù smise di soffrire; per Maria, sotto la croce, continuava invece la notte di dolore …», scrive un autore antico. È notte. La gente onesta dorme. In Veneto, due famiglie stanno soffrendo. Vorrebbero diventare aquile per volare al di là del mare e trarre in salvo i figli. Deviare i fiumi per spegnere quel fuoco traditore.

Prima che la linea si interrompesse, Gloria ha detto alla sua mamma: «Grazie di tutto, mamma, per quello che hai fatto per me». Eccole, in mezzo a tanta angoscia, le parole che ogni genitore vorrebbe sentirsi dire da suo figlio. Nel dramma di una notte di fuoco, di paura, di angoscia, di morte, dal cuore di Gloria si stacca una perla per la sua mamma. Un gioiello che supera i confini geografici, affettivi, cronologici per assurgere a patrimonio comune. Una pietra preziosa destinata a tutti i genitori.

Un insegnamento per tutti i figli, che, anche quando non lo dicono, anche quando si lasciano imprigionare da un malinteso senso si pudore, anche quando hanno bisogno di apparire più duri di quello che sono, hanno bisogno di imparare a dire “grazie”. «Grazie di tutto, mamma, per quello che hai fatto per me». Gratitudine, riconoscenza, affetto. Grazie a te, Gloria, grazie a te Marco. Grazie per la testimonianza di serietà, caparbietà, professionalità, amore che ci avete regalato in vita e, purtroppo, in morte.

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