La credibilità di un progetto e le stragi. In Ucraina la Ue si gioca tutto


Vittorio E. Parsi venerdì 21 febbraio 2014
Cento morti e quasi seicento feriti in un giorno sono cifre che non si conoscevano in Europa dai giorni delle guerre civili di Bosnia e del Kosovo, alla fine del secolo scorso. La rivolta di Kiev e di gran parte dell’Ucraina rischia ormai di trasformarsi in un aperto conflitto interno tra la variegata opposizione e il presidente Janukovich con gli oligarchi che lo sostengono. Proprio nei confronti della cricca al potere a Kiev, l’Unione Europea ha deciso sanzioni mirate, finalmente muovendosi, seppur tardivamente, nel disperato tentativo di scongiurare il peggio. Vedremo se gli spiragli di trattativa che durante la serata di ieri sembravano essersi aperti si concretizzeranno o meno all’alba di oggi.Le sanzioni europee rischiano però di essere poca cosa a fronte del flusso di denaro che la Russia ha assicurato a Janukovich, mentre lo invitava a «restaurare l’ordine». La partita oltre e più che a Kiev si gioca ormai a Mosca, alla quale nei mesi scorsi sono giunti messaggi ambigui e confusi proprio da parte di Bruxelles e, soprattutto, di Berlino. Alla Russia è stato oggettivamente lasciato intendere che l’Europa fosse disposta a riconoscere la collocazione dell’Ucraina nella sfera d’influenza di Mosca, in una sorta di riedizione anacronistica del concetto di "sovranità limitata".Ma i manifestanti, che da mesi protestano contro lo scippo del loro sogno europeo da parte di una leadership che non riesce a sentirsi pienamente "nazionale" (e che non a caso è sostenuta dalla componente russofona della popolazione), hanno detto chiaramente che sono disposti a morire piuttosto che a vedere sfumare il proprio obiettivo di libertà e democrazia. Sull’esempio del loro coraggio, l’Unione è chiamata a mostrare il suo (se ce l’ha), nella consapevolezza che ogni cedimento all’arbitrio di Janukovich e alle minacce russe significherebbe forse il colpo di grazia per qualunque possibilità europea di esercitare un ruolo oltre i suoi confini. A distanza di un ventennio dalla guerra civile bosniaca, l’Unione deve dimostrare di aver imparato la lezione e di non essere più disponibile ad assistere, indifferente, al deflagrare di una guerra civile sulla porta di casa. Occorre ritrovare il coraggio e la fermezza senza i quali persino lo stanco mantra dell’Europa "potenza civile", capace di "attrarre con il suo esempio", finirebbe con il divenire nulla più che un velo, ipocrita e vergognoso, per mascherare malamente l’ignavia e la viltà. È l’anima europea la posta in gioco a Kiev. È per questo, e non per velleitarie smanie di protagonismo, che non possiamo tollerare inerti ciò che accade in Ucraina. Questa crisi ci insegna anche che nulla è più pericoloso, in politica internazionale come nella vita di tutti i giorni, del coltivare belle e confortanti illusioni. Tra queste, negli ultimi vent’anni, una delle più pericolose è stata quella di immaginare la possibilità di una relazione "normale" con la Russia di Putin, come se la sua Russia fosse una forma un po’ esotica di democrazia e non un banalissimo autoritarismo revanscista.
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