giovedì 10 aprile 2014
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Un sentiero molto stretto, una cresta sottile separa la crisi fra la Russia e l’Ucraina dallo scoppio di una vera guerra civile. E non stiamo alludendo soltanto all’ultimatum di 48 ore che il ministro dell’Interno di Kiev Arsen Avakov ha indirizzato agli attivisti filo-russi che stanno occupando sedi e piazze di varie città della parte orientale del Paese – da Donetsk a Lugansk a Kharkiv, anche se la mappa della possibile secessione si estende fino a Odessa e alla Transnistria – e neppure di quei 40mila soldati russi ufficialmente impegnati in esercitazioni che premono ai confini e fanno paventare un’imminente invasione. Perché proprio questa sottile e vulnerabile scorciatoia è il terreno ideale per Vladimir Putin, quello su cui riesce meglio di ogni altro a giocare di astuzia e di prepotenza, dosando moderazione e minaccia, urgenza e lungimiranza. Un gioco sottile e pericoloso insieme, che da un lato rivela i limiti oggettivi della Nato e dell’Europa (divise sulle sanzioni da infliggere a Mosca e di fatto impossibilitate dagli eventi a intervenire militarmente) e dall’altro l’ampio margine di manovra di Mosca (abilissima nel fomentare squilli di rivolta pur poggiando – a differenza di quanto accaduto in Crimea – su un’esigua minoranza di cittadini disposti a chiedere l’annessione alla Madre Russia). Dalla sua Putin ha un ulteriore vantaggio: l’Ucraina del dopo – Janukovich è politicamente instabile (i due blocchi politici principali – quello di Petro Poroshenko e Vitaly Klitschko e quello del premier Arseni Iatseniuk e Julija Timoshenko, per non parlare della destra radicale Svoboda e dell’ultradestra di Pravyi Sector – sono già ai ferri corti) e contemporaneamente il Paese sta precipitando in una drammatica crisi economica aggravata dalla minaccia avanzata dal premier Medvedev in base alla quale il colosso Gazprom potrebbe mandare all’incasso una bolletta energetica di16,6 miliardi di dollari alla quale Kiev non riuscirebbe minimamente a far fronte. Per ora Putin – nel perfetto gioco del poliziotto buono e di quello cattivo – ha smorzato i toni, ma ciò non ha impedito a Kiev di bloccare ufficialmente l’importazione di gas russo in attesa di migliori condizioni. Ogni arma, come si vede, è utile in questo durissimo braccio di ferro.Ma cosa vuole veramente Mosca? Davvero si prepara a invadere il Donbass, la ricca e strategica zona orientale dell’Ucraina dove si addensano miniere di carbone e industrie metallurgiche, dove si parla russo ma a differenza della Crimea non vi sono reali istanze separatiste? Forse ha visto giusto Rinat Akhmetov – multimiliardario tataro, signore e oligarca della regione – che prefigura una soluzione federale per l’Ucraina, uno spezzatino di aree regionali (una delle quali, la sua, totalmente indipendenti da Kiev) in grado di placare le ansie da accerchiamento di Putin e insieme salvare la faccia all’Occidente. Anche perché per Mosca c’è un imbarazzante aspetto tutt’altro che secondario: la manutenzione dell’arsenale nucleare dell’ex Unione Sovietica era tradizionalmente affidata in buona parte alla manovalanza ucraina, anche perché è proprio in Ucraina che si fabbricavano i pezzi di ricambio delle testate. Una crisi prolungata Kiev–Mosca condannerebbe all’obsolescenza una porzione notevole della santabarbara atomica di Putin. Non solo: la violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina sottoscritta da Mosca nel 1994 in cambio della riconsegna delle testate nucleari potrebbe indurre Kiev a reclamare il diritto di tornare a fare parte del club atomico. Ma qui saremmo già ben oltre quella guerra fredda che tutti – da Washington a Mosca, passando per Berlino, Londra, Parigi – si premurano di esorcizzare, evitando perfino – come don Ferrante con la peste – di nominarla. E di ammettere che di fatto è già in corso.
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