Il Giubileo che continua: porte aperte per il mondo
di Roberto Pasolini
Che cosa resta quando il segno si compie? Se l’esperienza vissuta non si traduce in un incremento di speranza e in una maggiore apertura, rischia di restare confinata nello spazio del rito. La speranza deve circolare, trovare strade inedite, farsi prossima alla vita comune

C’è un gesto che dice più di molte parole: una porta che si chiude lentamente. Non sbatte, non fa rumore, non segna una sconfitta. Indica semplicemente che un passaggio è avvenuto, che un tempo si è compiuto. La chiusura della Porta Santa, con cui si conclude il Giubileo, appartiene a questa grammatica silenziosa dei segni essenziali: non proclama un traguardo, ma invita a fare memoria di un attraversamento, chiedendo di non disperderne il senso. Per un anno, uomini e donne hanno varcato quella soglia come si attraversa un confine simbolico: non per fuggire dalla realtà, ma per rientrarvi con uno sguardo più largo, forse più paziente. Il Giubileo è stato questo: un tempo offerto per rallentare, sostare, interrogarsi, recuperare il centro autentico della fede in Cristo. Un tempo in cui la Chiesa ha cercato di attingere al cuore del Vangelo parole capaci di rigenerare speranza, riconciliazione, fiducia nell’umano, senza sottrarsi alle contraddizioni e alle ferite del presente.
Ora quella porta si richiude. E proprio per questo diventa inevitabile una domanda, che ci deve provocare: che cosa resta, quando il segno si compie? Se l’esperienza vissuta non si traduce in un incremento di speranza e in una maggiore apertura verso il mondo, rischia di restare confinata nello spazio del rito. Un momento intenso, ma sterile. La speranza, per essere tale, non può essere trattenuta né amministrata: deve circolare, trovare strade inedite, farsi prossima alla vita comune, là dove le domande sono più vive delle risposte e le attese palpitano silenziosamente.
Non è casuale che questo gesto conclusivo avvenga nel giorno dell’Epifania. È una festa che parla di luce e di cammino, di ricerca e di desiderio. Racconta di uomini che arrivano da lontano, guidati non da certezze granitiche ma da un’intuizione fragile, sufficiente però a metterli in movimento. I Magi non rappresentano i detentori del sapere, bensì coloro che accettano di lasciarsi inquietare da ciò che li abita più in profondità, affidandosi a un segno discreto, tenue, non garantito. Il racconto evangelico suggerisce così un rovesciamento che resta sorprendentemente attuale: chi è lontano può vedere meglio, chi è vicino può dare per scontato. Mentre i Magi partono seguendo una stella, a Gerusalemme gli scribi consultano i testi sacri e indicano con precisione il luogo della nascita. Sanno tutto, eppure restano fermi. Nessuno si mette in cammino verso Betlemme. La conoscenza senza desiderio resta sterile; la vicinanza senza movimento può trasformarsi in cecità.
Accade anche oggi. Spesso sono proprio le persone che non frequentano il linguaggio religioso a custodire domande autentiche di pace, di senso, di salvezza. È un’umanità inquieta, talvolta disorientata, che non sempre sa nominare ciò che cerca, ma non ha smesso di cercare. In questo scenario, la speranza del Vangelo non può presentarsi come una risposta prefabbricata o come una soluzione pronta all’uso. Deve piuttosto mostrarsi come una compagnia discreta, come una luce che non acceca ma orienta. Non come un confine che separa, ma come uno spazio che accoglie. Il rischio, semmai, è per chi pensa di essere già arrivato: di smettere di camminare, di ascoltare, di lasciarsi sorprendere dalla realtà e dalle sue domande.
Forse il vero compimento del Giubileo non coincide con la chiusura di una porta ma con una trasformazione più sottile e più esigente: diventare, noi stessi, soglie nascoste, spazi di confine, luoghi attraversabili. Persone capaci di trasmettere fiducia senza proclami, di offrire sollievo senza esibizione, di generare speranza quasi senza accorgersene. Una presenza che non occupa la scena, ma sostiene il passo dell’altro, senza pretendere – anzi, senza nemmeno chiedere – riconoscimento. Al termine di questo anno giubilare, sarebbe bello se qualcuno, incrociandoci, potesse sentirsi un po’ meno solo. Se le nostre parole, i nostri gesti, persino i nostri silenzi potessero diventare varchi discreti attraverso cui passa qualcosa della bellezza e del mistero di Cristo. Senza che noi dobbiamo necessariamente accorgercene, senza che ci venga richiesto di fare nulla di straordinario. Semplicemente restando aperti, disponibili, trasparenti a una luce che non è nostra, ma che può attraversarci.
Se così fosse, allora il Giubileo non finirebbe davvero. Perché, mentre una porta si chiude alle nostre spalle, un’altra – discreta e ampia – resterebbe aperta davanti al mondo. E forse, in silenzio, qualcosa della speranza che viene dal cielo continuerebbe a circolare sulla terra. Questa sarebbe la vera chiusura del Giubileo: non un ritorno alla normalità, ma l’inizio di una Chiesa-porta, di una comunità che ha imparato a non trattenere per sé ciò che ha ricevuto. Allora anche la terra, con i suoi abitanti stanchi e sfiduciati, potrebbe avvertire un sussulto di speranza e intuire che la salvezza promessa non potrà mai essere un privilegio di pochi, ma sempre e solo un dono offerto a tutti.
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