Russia, Usa e Cina: la spartizione silenziosa
All’età delle alleanze si è sostituita nel breve volgere di un decennio quella delle zone d’influenza. Che le tre superpotenze si assegnano con silente compiacimento: l’Eurasia per Mosca, le Americhe per Trump, l’Asia-Pacifico per Pechino

Il blitz su Caracas, il preannuncio di un Anschluss americano in Groenlandia, il regolamento di conti annunciato nei confronti di Messico, Cuba, Panama e Colombia sanciscono senza più il velo del diritto internazionale l’era dell’imperialismo prêt-à-porter inaugurata da Donald Trump. Un’era dietro a cui si scorge l’eclissi dello spirito della Pace di Westfalia, il modello geopolitico teorizzato da Henry Kissinger nel suo World Order, che nel 1648 aveva concluso la Guerra dei Trent’anni plasmandosi sull'uguaglianza legale degli Stati sovrani che coesistono basandosi sul non intervento negli affari interni degli altri.
All’età delle alleanze si è sostituita nel breve volgere di un decennio quella delle zone d’influenza, una tripartizione di buona parte del mondo che le tre superpotenze, Usa, Cina e Russia si assegnano con silente compiacimento: l’Eurasia per Mosca, le Americhe per Trump, l’Asia-Pacifico per Pechino. In quest’era dei predatori, Vladimir Putin e Xi Jinping sono spettatori interessati e conniventi: flebili e di circostanza le loro critiche a Trump, pronti a imitarlo, quand’anche già non sia stato istituito un patto a tre per assegnare Taiwan al revanscismo cinese e l’Ucraina (e chissà cos’altro) agli appetiti neozaristi del Cremlino. Non senza un tracotante e farisaico moralismo che fa dire all’ambasciatore russo al Palazzo di Vetro: «Non possiamo permettere che gli Stati Uniti si proclamino una sorta di giudice supremo, che da solo ha il diritto di invadere qualsiasi Paese».
I molti nomi dietro cui si cela la bulimia imperiale di Donald Trump – il Destino Manifesto, la Dottrina Monroe, che consente agli Stati Uniti di intervenire negli affari dei Paesi latinoamericani in caso di "flagrante e cronica cattiva condotta", il sovranismo Maga, il nazionalismo Neocon – sono solo pallidi sudari dietro ai quali si intravede quella Gunboat Diplomacy, la politica delle cannoniere che dalle due guerre dell’oppio (1839-1860) fra la Gran Bretagna e la Cina imperiale all’ultimatum americano al Giappone del Commodoro Perry nel 1853 contrassegnano il mai sopito slancio imperialistico di ogni potenza mondiale.
In questo scenario trascolora giorno dopo giorno il ruolo sempre più evanescente delle Nazioni Unite. Le sue Carte dei diritti, le sue affollate assemblee generali, i suoi Consigli permanenti poco o nulla possono di fronte alla raffica di veti incrociati che di fatto paralizza gran parte dell’attività fondante dell’Onu, quella cioè che dovrebbe prevenire, tamponare, risolvere le controversie in armi fra gli Stati. E ancor meno a cospetto di una tendenza divenuta assiomatica: quella, cioè, che la forza sia il vero arbitro della politica internazionale. O più precisamente – come molte voci libere reclamano – «il rischio che alla forza del diritto si sostituisca il diritto alla forza».
«Sono profondamente preoccupato per il mancato rispetto delle regole del diritto internazionale in relazione all'azione militare del 3 gennaio – dice il segretario generale Guterres -: la grave azione di Washington potrebbe costituire un precedente per le future relazioni tra i Paesi». Guterres è fin troppo cauto. Il cambio di paradigma è già avvenuto. Il palco vuoto del Palazzo di Vetro parla da solo. Silenziosamente ma metodicamente Pechino e Mosca si stanno appropriando dell’assemblea, delle sue agenzie, aggirando quel groviglio irriformabile che sono i cinque Paesi con diritto di veto.
Attonita, divisa e incapace di cogliere l’allarmante prospettiva di un mondo dominato dalla forza, l’Europa ondeggia fra un appeasement di triste memoria e la colpevole rinuncia a opporsi alla logica quasi gangsteristica (qualcuno peraltro la approva con vigorosi applausi) di un autocrate che nessuno sembra in grado di fermare. Solitaria e ancora inascoltata, balugina in questo scenario pervaso dai fuochi di guerra e dagli insaziabili appetiti territoriali delle grandi potenze quella parola che tenacemente si erge sopra i lutti e le rovine di questa guerra mondiale a pezzi, come profeticamente la definì papa Bergoglio. Il suo successore le ha restituito il crisma di unica autentica antagonista delle guerre: pace.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






